Sciame sismico in Umbria, l’approfondimento dell’INGV sulle possibili cause dei nuovi terremoti

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sequenza2014_pietralungaL’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) ha pubblicato sul suo blog un nuovo approfondimento sulla sequenza sismica in atto in Umbria. Dopo molti mesi in cui le scosse avevano interessato soprattutto l’area di Gubbio infatti, l’attività sismica ha iniziato ad interessare una zona diversa, situata alcuni km più a nord, tra Umbria e Marche, circa a metà strada tra Città di Castello (PG) e Apecchio (PU).

Secondo quanto riportato dall’INGV, questa sismicità si colloca immediatamente a nordovest del settore colpito da un altro picco di attività nell’aprile del 2010, quando in circa venti giorni vennero registrate diverse centinaia di terremoti (il più forte dei quali di magnitudo 3.8).

Sulla base dei numerosi studi geofisici eseguiti sull’area dell’Appennino umbro-marchigiano, è ormai disponibile una dettagliata mappa delle faglie presenti nella zona. Un complesso sistema di faglie caratterizzato dalla presenza di una principale, chiamata Faglia Alto-Tiberina che si immerge con poca inclinazione al di sotto della catena appenninica verso nordest, e da tante faglie secondarie maggiormente inclinate lungo le quali si ipotizza avvenga la maggior parte dei terremoti.

La relazione dell’INGV cita un lavoro eseguito sulla sequenza sismica del 2010 ad opera di Marzorati ed altri autori (Marzorati, S., et al., Very detailed seismic pattern and migration inferred from the April 2010 Pietralunga (northern Italian Apennines) micro-earthquake sequence, Tectonophysics (2013), http://dx.doi.org/10.1016/j.tecto.2013.10.014). Questo dettagliato studio della microsismicità aveva permesso di individuare la faglia responsabile della sequenza: essa avrebbe avuto una lunghezza di circa 5 km e una profondità di 2 km.

marzorati-mixNello stesso studio, Marzorati et al. avevano anche individuato un’interessante fenomeno di “migrazione” della sismicità durante lo sciame del 2010 la migrazione degli epicentri, stimata in 400 metri/giorno in media, era compatibile – secondo quanto riporta l’INGV -con un sistema di fratture, orientate parallelamente alla catena, che interesserebbe le rocce presenti in profondità in quel settore dell’Appennino. Queste fratture sarebbero riempite di fluidi, che si sposterebbero lentamente nella crosta, interessando gradualmente settori diversi della stessa faglia.

Quello che non è ancora chiaro è se la sismicità di questi ultimi giorni vada ricondotta alla stessa faglia del 2010 o a una adiacente. Se fosse la stessa, afferma ancora nella relazione l’INGV, resterebbero da capire i meccanismi che governano la migrazione dei fluidi e l’attivazione di settori diversi di una stessa faglia a distanza di giorni (come accadde ad aprile 2010) o di anni (come per la sismicità più recente).

Per leggere la relazione completa e visionare le mappe, si può visitare il blog dell’INGV a questo link.