Il presidente della Corte d’Assise di Chieti, Geremia Spiniello, che si occupa del processo riguardante la mega discarica di Bussi sul Tirino (Pe), è stato ricusato. Lo ha deciso la Corte d’Appello de L’Aquila, che ha dunque accolto l’istanza di ricusazione presentata dagli avvocati della Montedison. I difensori avevano chiesto la ricusazione sostenendo che il giudice in un’intervista avrebbe anticipato il suo giudizio sull’esito del processo. Alla sbarra, con l’accusa di avvelenamento delle acque e disastro ambientale doloso, ci sono 19 imputati quasi tutti ex amministratori e vertici della Montedison. La vicenda Bussi significa quasi 2 milioni di tonnellate di terreni contaminati da rifiuti tossici che si trovano su 26 ettari; 700 mila cittadini della Val Pescara che, ignari, hanno bevuto acqua contaminata da veleni nell’arco di almeno vent’anni; danni ambientali e sanitari stimati in 8,5 miliardi di euro ai quali vanno aggiunti i costi – circa 500 milioni – di una bonifica ancora da progettare e realizzare. La Corte d’Appello ritiene che “il presidente Spiniello abbia manifestato, fuori dalle funzioni esercitate, un ‘parere’, sull’esito del procedimento“. Nel mirino la frase “umanamente nessuna idea perché non abbiamo ancora guardato gli atti, però sicuramente è un processo importante, noi daremo giustizia al territorio“, pronunciata dal presidente Spiniello nel corso di un’intervista televisiva rilasciata al termine dell’udienza del 7 febbraio scorso. I giudici ritengono che “i timori degli imputati circa la sussistenza dei requisiti di terzietà e d’imparzialità del presidente Spiniello siano oggettivamente giustificati, poiché essi non si fondano su meri sospetti, ma su dato oggettivo rappresentato da un’espressione che, indipendentemente da quale sia stato il concetto che il giudice ha inteso esprimere, legittima il venir meno, negli imputati, della fiducia sul fatto che nel processo in corso il valore d’imparzialità rimanga soddisfatto, nonché il loro convincimento circa l’ineludibilità di un esito sfavorevole“. La Corte, “tenuto conto dell’oggetto del procedimento e del fatto che si sono costituiti parte civile enti territoriali, nonché associazioni che hanno come obiettivo della loro attività la tutela e la conservazione del territorio e dell’ambiente, ritiene che l’interpretazione offerta dai ricusanti, secondo i quali la suindicata frase implicherebbe un riferimento all’esito del processo, nella direzione del soddisfacimento delle esigenze sottese alle richieste delle parti civili, è ragionevolmente sostenibile. Vuol dirsi , cioè , che il riferimento al “territorio”, quale soggetto beneficiario della giustizia che sarà dispensata dalla Corte d’Assise teatina, non può non essere inteso come fatto all’ambiente naturale che si assume vulnerato dalle condotte degli imputati e, dunque, a coloro, tra i protagonisti della vicenda giudiziaria, che si propongono la finalità di tutelarlo“.
Secondo i giudici “è irrilevante che la frase oggetto di doglianza ‘noi daremo giustizia al territorio’ sia stata preceduta dalla specificazione del mancato esame degli atti del processo. Perché questo, lungi dall’evidenziare l’assenza di pregiudizi, che necessariamente connota l’atteggiamento del giudice nella fase pre decisionale, lo caratterizza oggettivamente con una possibile, e per ciò solo inaccettabile, motivazione finalistica della successiva lettura e interpretazione degli atti processuali“. La Corte ha quindi dichiarato “la fondatezza della dichiarazione di ricusazione” disponendo, “che mantengano efficacia tutti gli atti compiuti dal giudice ricusato fino alla conclusone dell’udienza del 28 marzo 2014”. (Fonte: abruzzolive.tv)
Ambiente: processo “veleni Bussi”, ricusato presidente Corte d’Assise


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