ARPA e ISPRA, un sistema da rafforzare a vent’anni dalla sua nascita e che potrebbe dare nuovo lavoro

Ciò che è emerso ieri mattina all’apertura del XII Convegno del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, costituito dalle ARPA regionali e dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), oltre ai notevoli passi avanti fatti in questi vent’anni di esistenza della rete, è che urge un cambiamento forte e netto. Le istituzioni di difesa dell’ambiente, che ogni giorno sul territorio monitorano la qualità dell’aria e delle acque, effettuano analisi (circa 600.000 all’anno secondo i dati forniti ieri), controllano che vengano rispettate le leggi ambientali, monitorano i valori di inquinamento, e che raccolgono dati importantissimi sui fenomeni naturali (ad esempio quelli meteoclimatici), sono in difficoltà.

Ciò che emerso ieri dalle relazioni di diversi partecipanti, fra cui il Presidente dell’ISPRA De Bernardinis ed il direttore di ARPA Puglia Assennato (qui l’articolo con il resoconto dettagliato degli interventi), è innanzitutto uno scarso coordinamento fra le singole sedi (oltre 200 diffuse sul territorio). Una frammentazione dannosa, che rende meno incisivo il prezioso lavoro svolto dalle singole ARPA locali. Oltre alla frammentazione e quindi alla debolezza del sistema di protezione dell’ambiente è emersa una carenza di finanziamenti, sempre peggiore negli ultimi tempi.  De Bernardinis ieri lo ha detto chiaramente: non si può pretendere qualità e integrità da parte delle agenzie di controllo, quando esse dispongono di meno mezzi e soldi delle aziende che devono controllare. Infine c’è il discorso dell’occupazione di personale. Giorgio Assennato lo ha detto chiaramente nella relazione di ieri: c’è una carenza di personale, ed un uso massiccio dei contratti a tempo determinato specialmente nel Sud. Probabilmente un effetto del blocco del turn-over, che da ormai molti anni blocca l’entrata di nuove leve negli enti pubblici, aggirato facendo largo uso di contratti precari. Ma se ciò che è emerso ieri è che il Sistema delle ARPA, le agenzie regionali di controllo dell’ambiente, oltre ad avere bisogno di fondi e di un rafforzamento istituzionale della loro funzione (magari attraverso una legge che le valorizzi maggiormente), hanno bisogno di più personale, suona paradossale il fatto che al loro interno il numero di neo laureati in materie tecnico-scientifiche sia ridottissimo. Quando il loro uso potrebbe essere allo stesso tempo un prezioso supporto all’attività di protezione ambientale e allo stesso tempo un modo per dare lavoro alle crescenti file dei disoccupati. magari anche attraverso tirocini, che permetterebbero almeno ai giovani laureati di imparare fin da subito, invece di restare in attesa di un cambiamento che non arriva.