Il terremoto di 8.2 di magnitudo che ha colpito il Cile l’1 aprile (la notte del 2 aprile in Italia) e’ stato seguito da oltre 60 scosse con magnitudo superiore a 4.5, tra cui una di 7.6. In una nota, l’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia (Ingv) ricostruisce le dinamiche geologiche di questo territorio altamente sismico. Il terremoto, spiega la nota dell’Ingv, e’ avvenuto in un’area in cui la crosta oceanica pacifica, appartenente alla cosiddetta Placca di Nazca, sprofonda (subduce) al di sotto della placca continentale sudamericana ad una velocita’ di 65 millimetri ogni anno. Questo ‘scivolamento’ e’ all’origine di terremoti di grandi magnitudo che storicamente hanno colpito tutta la fascia costiera del Cile, come quello di magnitudo 8,8 di Maule nel 2010 che causo’ anche uno tsunami con circa 500 vittime complessive e il catastrofico terremoto del 1960 di magnitudo 9,5, il piu’ grande mai registrato al mondo. Analizzando i dati sismici provenienti dalla rete di sensori presenti a livello globale e all’analisi di questi dati, grazie anche ai sistemi messi a punto da Ingv, e’ stato possibile definire rapidamente il possibile rischio di tsunami e diramare un’allerta. Un sistema che permette in pochi minuti di effettuare una prima stima dei parametri di ogni terremoto rilevante che avviene nel mondo. Viste le caratteristiche del sisma cileno dell’1 aprile, il terremoto e’ stato considerato da subito come possibile causa di uno tsunami e ha fatto scattare un avviso di allerta tsunami per il Cile, Peru’, Ecuador, Colombia, Panama e Costa Rica. Un rischio confermato poi dai sensori posti lungo le coste del Cile che hanno rilevato altezze massime delle onde attorno ai 2 metri.
Terremoto in Cile: seguito da oltre 60 repliche di magnitudo superiore a 4.5


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