Himalaya: rientra la missione italiana dopo 46 giorni

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himalayaRitornano in Italia domani i componenti della spedizione italiana al Kanchenzonga sull’Himalaya. Una spedizione durata 46 giorni passati nella maggior parte in completo isolamento, anche senza satellitari, tra disagi e complessita’, ghiacci e seracchi, nevicate abbondanti nella notte. Gli otto alpinisti – fanno sapere da Calcutta dove sono in attesa di rientrare – sono pero’ “soddisfatti” dell’impresa che li ha condotti ad esplorare la complicata ed enigmatica area sud-est del Kanchenzonga, terza vetta piu’ alta del pianeta. “Ora che siamo fuori dalla foresta, tutti sani e ancora in forma – ha detto il capo spedizione vicentino Alberto Peruffo – per difficolta’, isolamento, qualita’ e quantita’ delle montagne e dei ghiacciai attraversati, credo di aver guidato una delle piu’ importanti e affascinanti spedizioni esplorative himalayane degli ultimi anni, ai piedi di un Ottomila. E’ stato un team eccezionale, tutti sono stati all’altezza dei difficilissimi compiti”. Oltre a Peruffo faceva parte della missione, l’indiano Anindya Mukherjee e Thendup Sherpa, il sudamericano Cesar Rosales, e gli italiani Francesco Canale, Enrico Ferri, Davide Ferro e Andrea Tonin. In particolare, e’ stato “durissimo e pericoloso il ritorno attraverso la foresta rivegetata dopo 40 giorni e nel massimo rigoglio della stagione. Abbiamo girato in lungo e in largo 3 ghiacciai himalayani – prosegue Peruffo – esplorato integralmente in prima assoluta 2 grandi ghiacciai pensili (e i rami minori), fatto decine di migliaia di metri di dislivello e di chilometri lineari, scalato 7 cime vergini (2 molto difficili) e travalicato-raggiunto 7 colli (porte, intagli, passaggi tra ghiacciai), 3 dei quali mai toccati da piede umano. Il punto piu’ alto dell’esplorazione? Non e’ una cima, bensi’ un colle alto 6.036 metri difeso da una muraglia di ghiaccio di 1000 metri che credo difficilmente sara’ raggiunto da altre persone”. Fra l’altro, la squadra ha operato in una regione senza possibilita’ di soccorso e aiuto, senza comunicazioni satellitari, condizione imposta dal governo indiano. Anche una storta a una caviglia poteva creare un dramma. Impossibile tentare la salita del Cresta Zemu al Kanchenzonga Sud, come lo Zemu Gap, “rivelatosi dopo complesse valutazioni e diversi tentativi una ‘roulette russa'”. “Dal Colle Sella (5440 m), raggiunto in prima assoluta dopo aver travalicato l’affascinante e valangoso Colle Tilman (una slavina poco prima del nostro rientro ha cancellato le nostre tracce) – riferisce ancora Peruffo -, tutto ci e’ apparso chiaro, filmando valanghe impressionanti e raccogliendo la notte fragori di crolli terrificanti”. E precisa: “era la prima volta che degli uomini entravano in questo paradiso di ghiaccio, ‘sospeso’. Dalla Porta della Rivelazione Perenne (6.036 m, altro intaglio di difficile accesso mai toccato da piede umano) abbiamo gettato uno sguardo sopra lo Zemu Gap scoprendo un passaggio di cui si intuiva la presenza, una chiave invisibile da altri punti di vista. Forse un giorno torneremo per studiare la percorribilita’ di quel filo. O per decretare definitivamente l’inaccessibilita’ della Cresta Zemu. Possediamo – conclude – ora materiale di notevole valore. Al ritorno ci daremo da fare per fornire una documentazione utile alla condivisione: un libro, un film, una presentazione”. Il prossimo 21 giugno presso l’Auditorium Varrone il Cai di Rieti organizzera’ un’anteprima con la serata alpinistica dell’anno grazie alle foto scattate nella missione da Enrico Ferri.