In questi giorni, lo abbiamo ricordato ieri, ricorre il sedicesimo anniversario del disastro di Sarno e Quindici, quando vaste colate di fango invasero quattro centri abitati del salernitano uccidendo 160 persone. Sull’onda di quella terribile strage, qualcosa finalmente si mosse in un paese nel quale il numero di vittime causate da alluvioni e frane era già superiore a quello dei morti a seguito di terremoti.
Uno dei frutti di quel dramma fu il decreto Sarno (decreto legge n.180), che dava una scossa alle Autorità di Bacino, enti creati ben 9 anni prima ma fino a quel momento quasi inutili, ed alle Regioni, affinché realizzassero in breve tempo la mappatura delle aree a maggior rischio idrogeologico ed affinché individuassero le misure da prendere per ridurre il rischio idrogeologico. La mappatura e la pianificazione degli interventi di mitigazione doveva essere contenuta in un documento che si sarebbe chiamato PAI (Piano stralcio di bacino per l’Assetto Idrogeologico). In teoria quel lavoro sarebbe dovuto iniziare anni prima, a seguito della legge 183 del 1989. Purtroppo ci vollero molti anni e tanti morti perché le cose cambiassero e finalmente iniziasse (in tremendo ritardo) quel lavoro di mappatura del territorio indipensabile per la prevenzione.
Oggi i PAI sono stati redatti per gran parte delle aree a rischio idrogeologico d’Italia. In generale ogni cittadino può consultare, in certe regioni anche su internet, le mappe con le perimetrazioni delle aree a più alto rischio alluvione o frana. Purtroppo però, queste carte restano molto spesso lettera morta. Tanti sono gli esempi di alluvioni avvenute negli ultimi anni in aree che i PAI avevano segnalato come ad alto rischio, e dove erano indicate misure di mitigazione necessarie, ma nelle quali niente era stato fatto per prevenire danni e vittime. Come era accaduto già dopo la legge 183 del 1989, il lavoro non è stato completato: a partire dal documento infatti bisognerebbe pianificare, informare la popolazione, delocalizzare laddove serve (cosa purtroppo per niente facile, in un paese dove quattro condoni edilizi hanno reso legittime tante abitazioni abusive costruite in alvei ed aree pericolosissime). E ancora, portare avanti la manutenzione di versanti montuosi, pulire gli alvei. Tutte cose assai costose, per le quali i soldi non si trovano mai. Nel frattempo le alluvioni e i fenomeni di dissesto si susseguono senza sosta. Serve una nuova enorme sciagura perché si faccia un ulteriore passo avanti? Non bastano tutti questi morti nel fango?


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