Sono oltre mezzo milione gli italiani che soffrono di malattie delle valvole cardiache, le ‘porte’ che regolano il flusso del sangue all’interno del nostro organo motore. I disturbi più frequenti sono quelli alla valvola mitralica che collega atrio e ventricolo sinistri: “Un’insufficienza mitralica di grado moderato o severo è presente in quasi il 10% degli over 75, circa mezzo milione di italiani”, spiega Sergio Berti, presidente del Gise-Società italiana di cardiologia invasiva, oggi a Milano durante un incontro sul presente e il futuro della sostituzione valvolare, la chirurgia salvavita per questi pazienti. C’è poi la stenosi della valvola aortica che collega il ventricolo sinistro all’aorta, autostrada del sangue: “Si stima che ne soffrano il 4% degli ultra 75enni italiani, di cui 3 su 4 (oltre 150 mila persone) della forma più grave” che può portare a sincope, angina e insufficienza cardiaca. “Dalla comparsa dei sintomi funzionali, la prognosi è di 2-3 anni in media”. “Fino a una quindicina di anni fa – sottolinea Francesco Musumeci, direttore di Cardiochirurgia all’ospedale San Camillo di Roma – l’unica possibilità era l’intervento di cardiochirurgia per sostituire, o se possibile riparare, la valvola danneggiata”. Un’operazione ‘a cuore aperto’ molto invasiva, che non tutti i pazienti possono affrontarla per età, malattie concomitanti, fragilità generale. “La svolta si deve al cardiologo francese, Alain Cribier – ricorda Corrado Tamburino, professore ordinario di cardiologia all’università di Catania – che pensò di trattare la patologia valvolare accedendo alla valvola attraverso l’arteria femorale, anziché aprendo il torace”. Nel 2002 nacque così la Tavi, l’impianto di una valvola aortica artificiale per via transcatetere. Un intervento eseguito in 12 anni su circa 100 mila persone, operate in oltre 600 centri del mondo. Ma per l’Italia gli esperti segnalano “un numero di procedure inferiore a quelle che si renderebbero necessarie”. Con una situazione a macchia di leopardo che ancora alimenta i cosiddetti viaggi della speranza. “In Italia, secondo i dati del Gise – riporta Berti – sono state effettuate 1.855 Tavi nel 2011, 2.018 nel 2012 e 2.230 nel 2013. Un numero inferiore al necessario. La ragione principale è che questa procedura, nel nostro Paese, non gode di un pieno riconoscimento da parte del servizio sanitario: non esiste un Drg nazionale e l’accesso alla Tavi, e il suo rimborso, sono regolati dalle decisioni assunte dalle singole Regioni, con situazioni a macchia di leopardo che sono anche causa di notevole mobilità interregionale”: ancora oggi “ci sono malati che per sottoporsi a questo intervento migrano da una regione all’altra”. Intanto la ricerca non si ferma. All’ultimo congresso di cardiologia interventistica ‘EuroPCR 2014′ sono stati presentati i primi risultati ottenuti su 150 pazienti, in Europa e in Canada, con una valvola aortica per Tavi di terza generazione (Sapien 3): “Tassi di mortalità inferiore, ridottissimo tasso di ictus e possibilità di impiego anche in pazienti a rischio intermedio”, riassumono gli esperti. Inoltre, “oggi è possibile inserire per via transcatetere una protesi valvolare all’interno di un’altra già posizionata che si sia deteriorata nel tempo, senza un secondo intervento cardiochirurgico. E’ la cosiddetta procedura ‘valve in valve’, applicabile alla valvola aortica e alla mitralica”. La frontiera per il futuro, infine, è la sostituzione transcatetere della valvola mitralica (Tmvr). Negli ultimi 12 mesi sono stati eseguiti i primi interventi, che applicano sostanzialmente la stessa procedura della Tavi. Vinayak Bapat, il cardiochirurgo del St.Thomas’ Hospital di Londra che sta perfezionando la tecnica, parla di dati incoraggianti, pur in pazienti “complicati”: “Il viaggio sarà lungo e difficile, ma sono convinto che questa strada debba esser percorsa e che porterà a risultati positivi per la cura di queste persone”.
Medicina: 500.000 italiani soffrono di malattie delle valvole cardiache


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