Terremoti, frane, alluvioni: il “Decalogo” di MeteoWeb per la salvaguardia del territorio. Soluzioni per la “svolta buona”

MeteoWeb

alluvione_messico_alluvione_messico_ponte_crollato_1Quanto accaduto negli ultimi diciotto mesi nel nostro paese, sia a livello ambientale che politico, suggerisce un’attenta riflessione: se da una parte si sono succedute catastrofi naturali più o meno forti ma capaci comunque di creare ingenti danni al patrimonio urbanistico ed umano (alluvione in Sardegna del novembre 2013 ma anche i vari sciami sismici capaci di generare danni di un certo rilievo pur sviluppando magnitudo relativamente basse), dall’altra si sono alternati tre governi (guidati rispettivamente da Monti, Letta e Renzi) pieni di buoni propositi ma incapaci di prendere seri provvedimenti per la salvaguardia del territorio italiano.

apertura_giornale_1Adesso, da qualche mese, si parla di “svolta buona” (esiste pure un omonimo hashtag) e sembra persistere ancora una certa speranza riguardo alla risoluzione di svariati problemi. Tuttavia adesso, svolta buona o meno, servono fatti e non più parole: il Governo, ed in particolare il Ministero dell’Ambiente, sono chiamati a risolvere una volta per tutte le annose questioni che riguardano la salvaguardia di cittadini e territorio dai disastri ambientali. A molti italiani, probabilmente, non è chiaro quali e quanti provvedimenti potrebbero essere adottati, anche rapidamente e spesso senza dover stanziare cifre astronomiche, per migliorare la sicurezza e diminuire la vulnerabilità di un territorio ormai alla mercè di qualsiasi perturbazione o scossa. Secondo fonti autorevoli, proprio “ambiente” potrebbe rappresentare una parola-chiave per la ripresa e la riscossa del nostro paese. In questa prospettiva, il geologo Giampiero Petrucci analizza la situazione per MeteoWeb attraverso una sorta di “decalogo” delle priorità da sviluppare in questo importantissimo ambito.

  • Revisione cartografia geoambientale. I recenti fenomeni catastrofici, in particolare l’alluvione in Sardegna, hanno confermato come la cartografia attualmente esistente, presa come riferimento per la redazione dei piani regolatori comunali, non sia immune da omissioni ed errori, talora anche gravi. Le carte del PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), in Sardegna ma non solo, indicano talora come “non alluvionabili” zone invece colpite da esondazione e nelle quali l’urbanizzazione s’è sviluppata in modo selvaggio e talvolta pure abusivo. Analogamente, la cartografia sismica risulta tarata su metodi statistici e non deterministici, con il risultato di sottovalutare, talora in maniera ampia, il rischio sismico di molte regioni (caso eclatante quanto accaduto in Emilia nel maggio 2012). I due esempi sopra citati mostrano chiaramente come la cartografia attualmente in vigore sia vetusta, non aggiornata e superata, anche e soprattutto alla luce degli ultimi eventi. Ognuno può facilmente comprendere quanto sia grave e deleterio prendere come riferimenti parametri non più validi: urge dunque un cambiamento di strategia, una revisione totale della cartografia per l’intero territorio italiano tramite la quale poi rimodulare le opere urbanistiche in funzione dei nuovi dati.
  • Implementazione monitoraggio idrogeologico. Tale revisione deve passare anche e soprattutto dall’implementazione dei monitoraggi, in particolare di quelli legati al rischio idrogeologico. Abbiamo più volte parlato su MeteoWeb delle reti pluviometriche e del cosiddetto “monitoraggio idrogeologico immediato”, dimostrando come con stanziamenti limitati a qualche decina di migliaia di euro si possa salvaguardare il territorio dai flash floods, consentendo ai cittadini di mettersi in salvo non appena la strumentazione apposita (pluviometri) segnala l’inizio di possibili precipitazioni catastrofiche. Considerando che recenti statistiche hanno indicato come circa l’82% (!) dei comuni italiani sia soggetto al rischio idrogeologico e che negli ultimi 50 anni il nostro paese ha subìto 500 eventi alluvionali gravi, pare assolutamente necessario installare nuovi strumenti di controllo sistematico del territorio. Considerando inoltre che un bacino come quello del fiume Cedrino in Sardegna (proprio laddove s’è sviluppata l’alluvione di novembre 2013) può essere messo in sicurezza spendendo appena 100mila euro, non si capisce perché le autorità competenti (in primis Governo e Ministero dell’Ambiente) non prendano in considerazione simili ipotesi di salvaguardia invece di continuare a sperperare denaro pubblico in opere faraoniche spesso mai terminate e regolare teatro delle varie tangentopoli (ultimi esempi l’Expo ed il Mose)
  • Sviluppo microzonazione sismica. Come il monitoraggio aiuta la salvaguardia dal rischio idrogeologico, analogamente la microzonazione sismica è necessaria per la messa in sicurezza del territorio sotto l’aspetto sismico. La microzonazione sismica può essere definita come l’operazione tecnico-scientifica di suddivisione di un dato territorio in zone omogenee sotto il profilo della risposta a un terremoto di riferimento in arrivo al sito, valutata tenendo conto delle interazioni tra onde sismiche e condizioni geologiche, topografiche e geotecniche locali  (“pericolosità sismica locale”)  che modificano la “pericolosità di base” (cioè la pericolosità valutata su terreno duro e pianeggiante di riferimento). Il problema è che ogni metro quadrato del territorio, a seconda delle sue caratteristiche, può rispondere in maniera diversa alla sollecitazione sismica: lo abbiamo visto perfettamente in Emilia nel maggio 2012 dove sono entrati in gioco i cosiddetti “effetti di sito” ovvero quei parametri che amplificano l’evento sismico in maniera locale se non, addirittura, puntuale. Proprio per questo motivo, per la diversa risposta che ogni metro quadrato fornisce in funzione della sollecitazione sismica, è necessario indagare a fondo, a scala maggiore ed in maniera deterministica (ovvero analizzando il rapporto causa-effetto), l’intero territorio nazionale. E non si pensi che laddove il terremoto è considerato, spesso ingiustamente, “raro” o dove la classificazione parla di “scuotimenti modesti” (la cosiddetta “classe 3”), non serva la microzonazione: anzi, come dimostrato da quanto accaduto in Emilia, proprio nelle aree considerate a minor rischio gli “effetti di sito” possono creare i danni maggiori perché, ovviamente, gli edifici non sono strutturati per sopportare queste amplificazioni (mai indagate in precedenza ed ampiamente sottovalutate). Abbiamo perso già troppo tempo: la microzonazione sismica deve essere applicata velocemente sull’intero territorio italiano. Lo abbiamo già detto e chiesto ripetutamente, senza però avere risposta, tantomeno nei fatti. Qualcuno però continua ad essere fiducioso…
  • Rapida istituzione del “geologo di zona”. Da alcuni mesi è presente in Parlamento una proposta di legge, presentata dall’on. Moscatt e ben supportata dall’Ordine Nazionale dei Geologi, riguardante “monitoraggio e salvaguardia del territorio per la mitigazione del dissesto idrogeologico e la prevenzione delle catastrofi naturali”. Sulla carta tutto bene, anzi perfetto: la legge infatti prevede l’istituzione di un Ufficio Geologico Territoriale, una specie di “geologo di zona”, in ogni Comune d’Italia. L’idea, peraltro non nuova perchè già nel lontano 1969 si tentò inutilmente qualcosa di simile, deve essere sostenuta e sviluppata col massimo impegno anche se i compiti di questo “geologo di zona” non sono ancora chiari e ben definiti. Perché questa legge sia veramente efficace, ai geologi dovrebbe essere garantito il controllo sistematico del territorio, con particolare riferimento alla supervisione dei monitoraggi per la valutazione della pericolosità potenziale dei movimenti franosi e delle piene previste. In sostanza, si dovrebbe creare una sorta di task force interdisciplinare, coordinata dai geologi, in cui far convergere tutte le informazioni ambientali atte alla salvaguardia di cittadini e territorio. Inoltre questo ufficio dovrebbe rappresentare il link tra cittadini ed istituzioni, fornendo ad entrambi i parametri decisivi per la messa in sicurezza delle aree più a rischio. Se gli interessi lobbistici di alcune frange politico-affaristiche locali e centrali permetteranno la promulgazione di questa legge, sarà finalmente fatto un primo passo non solo verso un maggiore coinvolgimento dei geologi (spesso sottovalutati e tacciati di catastrofismo) nella salvaguardia del territorio, ma anche verso una definitiva modernizzazione delle nostre strutture di Protezione Civile
  • Implementazione monitoraggio ambientale in ogni Comune. Uno dei compiti principali del “geologo di zona” dovrebbe essere realizzare una “fotografia attuale” del territorio in funzione dei parametri ambientali. Ciò partendo dalle mappe esistenti e da un capillare lavoro di rilevamento ed indagini sul campo, con l’ausilio di metodologie moderne quali GIS-SIT e foto satellitari. Il risultato finale di questa metodologia potrebbe essere una nuova mappatura geoambientale del territorio in ambito GIS (dunque facilmente gestibile online) in cui individuare le aree più a rischio in funzione dei vari parametri grazie alla sovrapposizione ed all’incrocio dei dati ottenuti: dall’atmosfera (polveri sottili, CO, microinquinanti, biomonitoraggio licheni, ecc.) al sottosuolo (carte multilivello in funzione della profondità), dalla microzonazione sismica (liquefazione, densificazione, ecc.) all’idrogeologia (acque superficiali e sotterranee, pozzi, sorgenti, esondazioni, ecc.), dalla franosità dei versanti (ovviamente in aree montuose e collinari) all’erosione costiera ed all’ingressione salina (in zone litoranee) per finire a tutti i tipi di inquinamento (acustico, elettro-magnetico, rifiuti tossici, ecc.) ed alla vulnerabilità delle infrastrutture, in particolare ponti e strade, in rapporto ad eventi meteo eccezionali e perfino a fenomeni naturali estremi come eruzioni e tsunami. Un siffatto piano di monitoraggio ambientale dovrebbe essere operativo H24, aggiornando costantemente i dati, sotto l’egida di un Ente dotato di significativi mezzi economici e strutturali, impiegando personale specializzato e con la supervisione del cosiddetto “Ufficio Geologico Territoriale”, coadiuvato da un gruppo di lavoro contenente esperti dei vari settori interessati. Tutto ciò, oltre a fornire un quadro esauriente della situazione ambientale attuale e pregressa, garantirebbe una maggior rilevanza al supporto che gli studi geologico-ambientali possono fornire alla pianificazione urbanistica. Questa sì che sarebbe una “svolta buona”!
  • Censimento fabbricati. La prima classificazione del territorio italiano sotto l’aspetto del rischio sismico è datata 1984: dunque, tutti gli edifici costruiti prima di quella data non posseggono alcun accorgimento anti-sismico, anche nelle aree più a rischio. Inoltre se quella prima classificazione risulta lacunosa e fortemente incompleta, anche quelle successive non sono immuni da errori: basta l’esempio di L’Aquila (in “classe 2”) e dell’Emilia (addirittura in “classe 3”) a testimoniare come probabilmente vi sia stata sottovalutazione del rischio sismico. In ogni caso, è stato permesso di costruire senza gli opportuni accorgimenti di difesa da scosse anche di media intensità in zone soggette agli “effetti di sito”. Per non parlare poi delle nostre città metropolitane o delle migliaia di monumenti millenari che il nostro paese possiede. Il problema è che nessuno ha mai controllato questi edifici sotto l’aspetto strutturale e tanto meno in funzione del trinomio sito-fabbricato-scossa: si deve inoltre considerare che oltre un terzo della popolazione italiana (22 milioni) vive in aree a rischio sismico elevato. Tanto per fare un esempio, cosa succederebbe a Messina e Reggio Calabria se si riverificasse un terremoto similare a quello del 1908? O cosa accadrebbe a Roma se si verificasse nuovamente un terremoto appenninico di magnitudo prossima a 7.0 come quello originatosi nel Fucino nel 1915? Nessuno lo sa ed ogni ipotesi è buona, sia in senso positivo che negativo anche se è facile in questo caso non prevedere il meglio. Perché, appunto, non conosciamo le condizioni degli edifici. Ecco perché sarebbe fondamentale censire i fabbricati, almeno quelli pubblici (tanto per cominciare) e non solo nelle aree più a rischio perché anche la “classe 3”, come abbiamo visto in Emilia, è soggetta a scosse potenzialmente distruttive. Dunque potrebbe tornare utile l’istituzione del “fascicolo del fabbricato”, tanto vituperato ed osteggiato da alcune lobbies imprenditoriali: solo tramite una “carta d’identità dell’edificio”, attraverso cui valutare la staticità del fabbricato e la vulnerabilità ai terremoti (con particolare riferimento alla qualità del calcestruzzo), si potrà fare un ulteriore passo in avanti verso la sicurezza delle nostre case, individuando le operazioni di messa in sicurezza da compiere e realizzando un archivio anagrafico dell’edificato. Senza dimenticare di istituire un fondo in grado di fornire incentivi a quei proprietari che vogliano ristrutturare e consolidare la loro casa in maniera anti-sismica
  • Lotta “vera” all’abusivismo ed all’inquinamento. Abusivismo ed inquinamento sono ormai due piaghe sociali: interi quartieri costruiti in aree a rischio esondazione (vedi Olbia), edifici realizzati senza alcun permesso in zone a forte rischio eruzione (area circumvesuviana ma anche Vulcano e Campi Flegrei), vere perle del nostro paese rovinate dalla cementificazione selvaggia in territori dove i dissesti idrogeologici si ripetono costantemente da anni (Costiera Amalfitana, Ischia, ecc.), falde acquifere inquinate da fabbriche senza scrupoli, intere regioni deturpate dall’interramento di rifiuti tossici da parte della malavita (“terra dei fuochi”), città in cui la qualità dell’aria diminuisce costantemente con gravi rischi per la salute (Taranto). Esempi ve ne sono a decine, anzi a centinaia. Eppure, tutto rimane come prima, non si riesce a fermare l’incuria del territorio, la rovina ambientale del nostro paese. Avere legalizzato, tramite i vari condoni edilizi, situazioni fortemente illegali od avere permesso di costruire abitazioni senza rispettare le minime regole di sicurezza (ad esempio si abita in sotterranei facilmente allagabili) ha gravemente danneggiato il nostro vivere civile. Si stima che nella sola Calabria esistano almeno 120mila edifici abusivi, una specie di “case-fantasma” di cui si ignorano totalmente le caratteristiche costruttive. La lotta all’abusivismo ed all’inquinamento non ha prodotto risultati significativi se non l’abbattimento “mediatico” di qualche ecomostro costruito su una spiaggia, evento che in realtà ha lo stesso significato di una goccia nel mare. I discorsi sono tanti, le idee poche e difficilmente realizzabili (delocalizzazione di interi quartieri!), i fatti concreti zero. Ed allora la “svolta buona” deve passare anche da qui: nuove indagini nel sottosuolo per verificare i terreni inquinati, stop alle emissioni nocive con forti incentivi per le fabbriche meno inquinanti, ulteriori indagini sulle nostre coste e nelle aree a rischio per la ricerca di edifici abusivi (si costruisce perfino nei parchi e nelle aree archeologiche!), vigilare attentamente sul rilascio delle concessioni edilizie, implementare il monitoraggio biologico delle acque
  • Stop al consumo del suolo. Se quanto detto in precedenza vale per l’edificato e per quanto già purtroppo ormai accaduto, si deve intervenire anche e soprattutto sugli eventi futuri. E’ vero che costruire aiuta l’economia e mai come adesso sono necessari interventi per rilanciare l’edilizia, ma a tutto c’è un limite, anzi deve esserci un limite. Negli ultimi 30 anni il cemento ha divorato 160 km di litorale, ogni ora diversi metri quadrati di terreno spariscono perché fagocitati dalle costruzioni. Si deve trovare una sintesi, un punto d’incontro, un compromesso tra crescita e salvaguardia dell’ambiente. Il suolo del nostro pianeta, così come le risorse, non è infinito: prima o poi verrà a mancare lo spazio vitale per le nostre comunità. Si deve continuare a costruire, nessuno vuole il contrario, ma si deve farlo con nuove regole, più rispettose dell’ambiente, in funzione anche della nuova cartografia geoambientale ed incentivando il ricorso a materiali ecocompatibili e ad energie alternative. Soprattutto, non si deve più costruire nelle aree a rischio: è necessario un più stretto controllo da parte delle autorità. Le leggi ci sono e probabilmente non è necessario promulgarne di nuove: basta soltanto applicarle rigorosamente e sorvegliare strettamente la loro applicazione
  • Sviluppo monitoraggio mareografico. La nostra sezione “tsunami in Italia” dimostra chiaramente come anche il nostro paese sia stato colpito in passato più volte da tsunami più o meno violenti e capaci comunque di generare grandi disastri sulle nostre coste. Nonostante questo, rimane alquanto scarsa l’attenzione di opinione pubblica ed amministrazioni verso il rischio-tsunami, riportato alla ribalta mediatica negli ultimi anni da quanto accaduto in Indonesia, Giappone e Cile. Sulle nostre coste tuttavia non esiste nessun piano di emergenza-tsunami, non esistono cartelli che indichino le eventuali zone di sicurezza (come ad esempio in America) né tanto meno sistemi di allarme (come le sirene che hanno suonato recentemente in Cile). Inoltre il Mediterraneo è un bacino relativamente piccolo soprattutto se paragonato all’Oceano Pacifico: in un’ora uno tsunami originatosi a Creta o nel cosiddetto “arco ellenico” (sorgente tsunamigenica per eccellenza) può giungere sulle coste ioniche di Calabria e Sicilia. In Italia siamo praticamente indifesi dagli tsunami: per questo è necessario implementare le nostre strutture di allerta ed allarme. In verità qualcosa si sta muovendo: Protezione Civile, INGV ed Ispra stanno lavorando in sinergia alla realizzazione del cosiddetto CAT (Centro Italiano di Allertamento per rischio Tsunami) che, una volta operativo, dovrebbe garantire la salvaguardia della popolazione costiera da eventuali onde anomale generate nel Mediterraneo, anche se i tempi di preavviso rimangono comunque piuttosto ristretti per un’adeguata evacuazione. E’ evidente che un simile sistema merita di essere sviluppato quanto prima, senza ulteriori intoppi burocratici
  • Aumentare informazione e prevenzione. Tutti i punti precedenti non avrebbero senso se fini a sé stessi o messi in opera senza un’adeguata informazione ai cittadini. Oggi, spesso, il cittadino è abbandonato dalle istituzioni, incapaci di sviluppare la benchè minima prevenzione, in tutti i campi e non solo in quello ambientale: la nostra Protezione civile è tra le migliori del mondo nell’intervenire dopo l’evento catastrofico. Ciò che manca però è la “cultura del prima”, il prepararsi al disastro, il sapere come affrontare la calamità e come comportarsi in caso di alluvione o terremoto. Una buona percentuale di vittime degli ultimi disastri naturali è collegata proprio al comportamento sbagliato, e talora assurdo, tenuto dai cittadini durante le alluvioni: alcuni, con l’acqua che ha sfondato le porte entrando in casa, sono rimasti ai piani inferiori, tentando magari di mettersi in salvo verso l’esterno invece di rifugiarsi ai piani superiori. Altri, addirittura, sono andati a fotografare col telefonino l’onda di piena sugli argini oppure hanno affrontato l’acqua melmosa con l’auto invece di fuggire a gambe levate nella direzione opposta. Questo manca in Italia: la corretta informazione ai cittadini che deve essere incentivata attraverso la diffusione di appositi opuscoli e pubblicazioni, soprattutto nelle scuole (perché i giovani saranno i cittadini adulti del domani) ed online. Fondamentali anche le esercitazioni e le simulazioni in caso di disastro che, ad esempio, in Giappone i bambini eseguono addirittura sin dall’asilo. Insomma, si deve sviluppare una sinergia tra scienza, politica e cittadini perché la prevenzione deve passare dall’informazione e dalla conoscenza.

italiaùDunque, mai come adesso c’è bisogno che le autorità competenti realizzino finalmente la “svolta buona” per la salvaguardia di territorio e cittadini. Le idee ed i piani, come dimostrato dai punti sopra citati, non mancano: i problemi sono molteplici ma risolvibili grazie ad una scienza ed una tecnologia sempre più alleate dell’umanità. Certo, le priorità della nazione sono anche altre, il lavoro in primis.

Ma un Paese che non tutela il suo patrimonio naturale e, di conseguenza, i suoi cittadini non può definirsi una nazione moderna né tanto meno civile e civilizzata. Vedremo nel prossimo futuro se, almeno dal punto di vista ambientale, la fiducia che gli italiani hanno dimostrato di nutrire per Matteo Renzi ed il suo Governo sarà stata ben riposta