Dieta mediterranea: l’Italia dice no alla demonizzazione dei singoli ingredienti

dieta mediterraneaL’Italia è in prima fila contro le malattie non trasmissibili come il cancro, il diabete e le malattie cardio-vascolari, ma non accetta di vedere messa in discussione la sua dieta mediterranea, di cui va da sempre orgogliosa. È il messaggio che ha lanciato ieri il Belpaese in occasione del summit dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, dedicato alle “Ndc” (Non communicable deseases). A parlare in rappresentanza dell’Italia è stata Sabrina de Camillis, consulente per il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: “Il nostro Paese ha deciso di dare priorità alla lotta contro i fattori di rischio (come il fumo, il consumo di alcohol, lo stile di vita, ndr) attraverso significativi investimenti in prevenzione e interventi multisettoriali che coinvolgono governo la società civile”. Al suo fianco c’era anche Giuseppe Ruocco, direttore generale della Prevenzione del ministero. Mentre il mondo sviluppato e in via di sviluppo sono sempre più colpiti da piaghe quali l’obesità, la sedentarietà dei cittadini e l’abuso di alcohol, l’Italia è convinta del ruolo centrale della dieta mediterranea per i suoi effetti benefici sulla Salute, e incoraggia i produttori a mantenere alta la qualità dei loro prodotti. “È con orgoglio che faccio notare come la dieta mediterranea sia parte del Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco”, ha ricordato De Camillis. “[Essa] è costituita da alimenti che offrono una varietà di elementi nutritivi importanti come minerali, vitamine, proteine e carboidrati”. Secondo il governo italiano è inoltre importante mantenere un “dialogo costante e costruttivo con l’industria alimentare”, che finora ha dieta_mediterraneaportato all’eliminazione di acidi grassi-transgenici e alla riduzione del sale in numerosi prodotti. A questo proposito De Camillis ha incoraggiato “i produttori a mantenere l’eccellente qualità dei nostri prodotti”. Tuttavia, di fronte alle proposte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che prevederebbero la riduzione di particolari alimenti (ad esempio zuccheri e grassi), la posizione dell’Italia è più critica: “I demoni da combattere sono non i singoli ingredienti, ma le cattive abitudini. È necessario educare sulla giusta quantità e la varietà delle porzioni”. “Allo stesso modo”, ha proseguito De Camillis, “ritengo opportuno evitare analisi che si concentrano sulla composizione dei singolo prodotti, indipendentemente dalla modalità e dalla frequenza di consumo”. Nell’ambito del meeting l’Oms ha pubblicato un ampio report per analizzare lo status attuale delle malattie non trasmissibili e i passi avanti fatti per combatterle. Secondo l’Oms sono un’emergenza planetaria, il killer numero uno del mondo, con circa 38 milioni di morti nel 2013 e una proiezione di 44 milioni di morti all’anno entro il 2020, come ha indicato il presidente dell’Assemblea Generale John Ashe aprendo i lavori. sure che riducano i fattori di rischio e consentono al sistema sanitario dei singoli Paesi di intervenire. La fascia d’età più a rischio è tra i 30 e i 70 anni con circa 14 milioni di morti, e il 85% risiedeva in Paesi in via di sviluppo. Il report dell’Oms fornisce una panoramica sulla situazione delle Ncd per ogni Paese membro e fa capire che, sebbene molte nazioni abbiano iniziato ad adeguare le proprie politiche agli standard imposti dal Global Ncd Action Plan dell’Oms per il 2013-2020, in molti altre i progressi sono stati insufficienti e discontinui. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’inchiesta la probabilità di morire per malattie cardio-vascolari è del 37%, leggermente di più che in Gran Bretagna, Stati Uniti e Spagna (31%). Per quanto riguarda i fattori a rischio, il consumo di alcohol puro nel nostro Paese è di 6,7 litri a testa in un anno. Meno che negli Stati Uniti (9,2 litri a testa) e molto meno che in Gran Bretagna e Repubblica Ceca (rispettivamente 11 e 13 litri a testa). Rimaniamo tuttavia un Paese discretamente affezionato alla sigaretta: fuma da noi il 25% della popolazione. Meno che in Germania o Spagna (30%) ma più che in Spagna o Giappone (22%).