Foca monaca nel Salento: due avvistamenti riaccendono le speranze [VIDEO]

Due avvistamenti di almeno un esemplare di foca monaca nell’arco di pochi giorni in due marine di Melendugno, sulla costa adriatica del Salento, riaccendono le speranze di ambientalisti e amanti della natura: l’avvistamento del 25 giugno, a Roca Vecchia, dove l’animale, di oltre 1 metro e mezzo di lunghezza, sarebbe giunto sottocosta, ma soprattutto quello dell’1 luglio, a Torre dell’Orso, quando il mammifero ,a rischio d’estinzione, è stato notato da numerosi operatori e bagnanti.

La segnalazione compare in un documento ufficiale della Delegazione di spiaggia di San Foca di Melendugno, articolazione della Guardia Costiera di Otranto, che ha inoltrato quanto registrato alle istituzioni preposte, dal ministero dell’Ambiente, al corpo forestale dello Stato, dal servizio veterinario della Asl, all’istituto zoo profilattico sperimentale della Puglia. In particolar, e una signora ha telefonato al numero verde della guardia costiera, il 1530, nello specchio d’acqua tra la struttura turistica “Barone di Mare” e l’hotel “Le due sorelle”, a circa 500 metri dal litorale. L’evento mette tutti di buon umore, dato che spesso la documentazione si ferma a scatti fotografici che non riescono ad immortalare bene il velocissimo mammifero e nei giornali locali ci scappa sempre un articolo ottimista circa il ritorno del meraviglioso mammifero. L’unico Pinnipede presente nel Mediterraneo, ha il corpo massiccio, lungo circa 240-280 cm nel maschio adulto, mentre la femmina è leggermente più piccola; con un peso variabile tra i 350 e i 400 kg. I piccoli, con i loro poco più di 20 kg, nascono lunghi circa un metro. Le foche monache hanno il capo arrotondato, ornato da lunghe vibrisse (baffi) e lunghe sopracciglia, le pinne pettorali allargate e ogni falange porta un’unghia alle sue estremità. Le pinne posteriori, dalla forma molto caratteristica, hanno il primo e il quinto dito più lunghi e le dita medie più corte.

La specie è stata descritta per la prima volta nel 1779, con il nome di Phoca monacus. Successivamente, John Flemming creò il genere Monachus, del quale vennero a fare parte tre specie simili: Monachus monachus, foca monaca del Mediterraneo; Monachus tropicalis, foca monaca dei Caraibi (oggi estinta); Monachus schauinslandi, foca monaca delle Hawaii (oggi la specie raggiunge il numero di circa 1000 esemplari, grazie ad uno straordinario progetto di conservazione). È probabile che il suo nome derivi dal colore del mantello, simile a quello del saio dei monaci. La foca monaca è una straordinaria nuotatrice, utilizzando gli arti posteriori, che muove lateralmente, e gli anteriori per manovrare. Agile ed aggraziata in acqua, ha una pessima mobilità a terra (al contrario delle otarie); è un animale stanziale e costiero, che partorisce all’età di 5-6 anni un unico piccolo, dopo un gestazione di 11 mesi, che viene allattato circa 16 settimane all’asciutto, in una grotta, entrando per la prima volta in acqua solo dopo lo svezzamento. Non restano che 300 esemplari di foca monaca del Mediterraneo, distribuiti tra Turchia, Mauritania, Spagna, Tunisia e Grecia.

IMG_9268Descritte da Omero nell’Odissea mentre erano intente a crogiolarsi sulle spiagge assolate della Grecia, un’antica città dell’Asia Minore coniò delle monete con la loro effigie ed un tempo erano molto numerose nelle acque del Mediterraneo e del Mar Nero. Come quasi tutti i mammiferi marini da pelliccia, nel XVIII e nel XIX secolo la foca monaca fu oggetto di una caccia spietata e migliaia di esemplari vennero massacrati per la pelliccia, l’olio e la carne. Oggi i danni inferti alla loro popolazione sono lampanti e l’inquinamento, il turismo, le industrie ed altre spietate attività umane hanno distrutto buona parte del suo habitat naturale. Inoltre, la pesca eccessiva ha impoverito notevolmente le riserve di cibo della foca monaca, oltre al fatto che, di tanto in tanto, le foche rimangono impigliate nelle reti e annegano. Più spesso, per, vengono uccise barbaramente dai pescatori, colpevoli solo di aver imparato a rubare il pesce, rompendo le reti. Per fortuna non tutti gli uomini sono uguali. Ve ne sono alcuni che sono divenuti i più grandi alleati delle foche, per la cui protezione sono state fondate organizzazioni private e statali, riservate aree protette e condotti numerosi studi per trovare il modo di aiutare questi magnifici animali. Nel 1988, ad esempio, è stata istituita la Società Ellenica per lo Studio e la Protezione della foca monaca, i cui ricercatori controllano regolarmente gli habitat del mammifero per verificare la consistenza numerica della popolazione e raccogliere altre informazioni utili per proteggerle. Il Centro di Cura e Riabilitazione delle foche può ospitare cuccioli feriti, malati o rimasti orfani, curandoli e accudendoli fino a che non sono in grado di sopravvivere da soli. I risultati raggiunti finora sono promettenti. Questi sforzi continueranno ad avere successo? Solo il tempo potrà dircelo. È chiaro, comunque, che per salvarle dall’estinzione c’è ancora molto da fare.