Il vaiolo è una malattia contagiosa di origine virale che nel 30% dei casi risulta fatale. La più antica prova della sua esistenza proviene dai resti mummificati di alcuni faraoni egiziani, tra cui Ramsete V. Probabilmente il morbo raggiunse l’India nel corso del I millennio a.C., portato dai mercanti egiziani. Cenni del vaiolo emergono dagli scritti di Galeno e di sicuro la malattia si diffuse nell’Impero romano dal 165 a.C., portata dalle truppe reduci dalla Mesopotamia. Stando a Galeno, per via del morbo, che durò una quindicina d’anni, morì tra ¼ e 1/3 della popolazione italiana.
Il vaiolo giunse in Europa nel VI secolo e l’abate svizzero Marius d’Avenches lo battezzò col nome latino di vanus (maculato) o varus (pustola). Si deve alla traduzione delle opere dei medici arabi Razes e Avicenna, rispettivamente De pestilentia e Canon medicinae, la descrizione del morbo nella letteratura medica europea. Fu il medico inglese Edward Jenner, nel 1796, a formulare il primo vaccino antivaioloso, con la speranza di debellare quel che rappresentò, dopo la peste e il tifo, il flagello più temuto nei secoli passati. Ai tempi di Jenner, in Inghilterra si era soliti ricorrere all’inoculazione del vaiolo, una procedura attraverso la quale si aspergeva una piccola ferita, appositamente creata nel soggetto, da immunizzare con il materiale proveniente da pustole di individui malati. Così facendo, il soggetto sviluppava una forma lieve di vaiolo che lo rendeva immune alla malattia vera e propria. Questa pratica, però, era pericolosa per la salute del paziente e, fino alla guarigione del soggetto, metteva a rischio la salute di familiari e conoscenti che non fossero già immunizzati.
Fu solo nel 1788 che Edward Jenner, studiando il fenomeno per darne una spiegazione scientifica, fece un esperimento che si rivelò di fondamentale importanza nella lotta al vaiolo. Egli estrasse dalle pustole di una mungitrice di mucche che aveva contratto il vaiolo bovino, il siero che inoculò in un bambino di 8 anni, tramite due incisioni praticatigli sul braccio. Sei settimane dopo, Jenner infettò il bambino con il virus del vaiolo umano e il bimbo non contrasse la malattia. Qualche mese dopo, lo scienziato, ripetendo l’esperimento su un altro soggetto, ottenne lo stesso risultato. Alla fine del 1796, Jenner inviò un articolo alla Royal Society di Londra, descrivendo 13 casi di soggetti immunizzati con il vaiolo bovino e, dato che la Royal Society rifiutò di pubblicarlo, Jenner lo pubblicò successivamente a sue spese. Il metodo venne battezzato dallo scienziato “vaccinazione” poiché il siero originario era di origine vaccina ed i risultati della sua esperienza vennero pubblicati nel 1798 sotto il titolo “An inquiry into the causes and effects of the Variolae Vaccinae, a disease known by the name of cow pox” (Indagine sulle cause e gli effetti del Variolae Vaccinae, malattia meglio conosciuta come vaiolo bovino). In questo lavoro, inoltre, venne introdotto per la prima volta il termine virus.
La Rivoluzione Francese, con il suo carico di liberalizzazione e di modernità, diede l’impulso decisivo alla diffusione della vaccinazione, che negli anni successivi divenne una pratica generalizzata. Il programma intensivo per l’eradicazione del vaiolo venne lanciato dall’ OMS il 1:gennaio 1967 ed i successi della campagna globale basata sulla sorveglianza e sul contenimento del virus, fecero sì che, negli anni Settanta, il vaiolo risultasse confinato al solo Corno d’Africa, con l’ultima segnalazione di un caso, in Somalia, nel 1977. Risale al 1980, l’annuncio mondiale dell’OMS dell’eradicazione del vaiolo dalla Terra. Il virus del vaiolo (in latino scientifico: Variola virus, in inglese: Smallpox virus) era l’agente responsabile del vaiolo umano. Si tratta di una specie di virus a DNA della famiglia dei Poxviridae, sottofamiglia Chordopoxvirinae, genere Orthopoxvirus, Il periodo di incubazione della malattia, durante il quale non si manifestano sintomi, dura da 7 a 17 giorni. In questo periodo raramente avviene contagio, che invece comincia alla comparsa dei primi sintomi (febbre, malessere, emicrania, dolori muscolari e talvolta vomito). Questa fase può durare da 2 a 4 giorni ed è caratterizzata da alte temperature.
Successivamente compare una eruzione cutanea molto caratteristica, consistente in piccole macchie rosse, ed è questo il periodo in cui i malati sono più contagiosi. La comparsa delle macchie può durare circa 4 giorni e comincia dalla lingua e dalla bocca. Quando le macchie della bocca si infettano, diventando vere e proprie ulcere, nuove eruzioni cutanee interessano tutta la pelle, a partire dalla faccia fino alle braccia, le gambe e poi le mani e i piedi. Solitamente l’intero corpo viene ricoperto di macchie nel giro di 24 ore. Quando compare l’eruzione cutanea, le febbre scende e la persona comincia a sentirsi meglio. Nel giro di 3 giorni, però, le macchie si trasformano in vescicole purulente. Contemporaneamente la temperatura sale di nuovo e rimane alta finché le pustole non cicatrizzano, diventando crosticine che cominciano a squamarsi e si staccano. Nel giro di 3 o 4 settimane dalla comparsa dei sintomi, la maggior parte delle pustole si è seccata e comincia a staccarsi dalla pelle, lasciando su di essa una cicatrice profonda, nota come butteratura. La fase di contagio cessa con la caduta di tutte le crosticine. La trasmissione può avvenire o direttamente, attraverso goccioline di saliva infette immesse nell’aria o con contatto diretto con liquidi corporei infetti; o indirettamente, attraverso biancheria, oggetti o abiti contaminati appartenenti alla persona malata oppure con inalazioni di polvere infette. Anche le persone appartenenti all’entourage del malato possono diffondere il virus.


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