Il ‘Molinetto della Croda’, l’antica ruota ad acqua vicino alla quale la notte scorsa si e’ consumato il disastro che ha causato 4 morti e 8 feriti, e’ un raro esempio funzionante di architettura rurale del ‘600. Il mulino, di proprieta’ del Comune di Refrontolo dal 1991, visitabile a pagamento, sorge in una lunga forra, ai piedi di una cascata che alimenta la struttura, dove scorre il torrente Lierza. Nei suoi quattro secoli di storia ha ispirato scrittori, pittori e cultori dell’arte, in ‘concorrenza’ con la celebre villa Spada dove e’ ambientato il romanzo di Alberto Molesini vincitore di un Campiello, “Non tutti i bastardi sono di Vienna”.
E’ sopravvissuto alla distruzione durante la prima Guerra Mondiale, ed e’ uno dei punti di maggior richiamo per quanti seguono le ‘tracce’ della strada del prosecco nel trevigiano. Costruito in piccole dimensioni, e’ stato via via ampliato per dare ospitalita’ anche alle famiglie dei mugnai che si sono succeduti nella struttura, perche’ collocato in un luogo impervio e lontano alcuni chilometri da altri abitati. Ha macinato farina per secoli sopravvivendo a due disastri naturali, nel 1941 e nel 1953, simili a quello accaduto questa notte. In pratica con l’esondazione violenta e in pochi secondi del torrente causati da ‘tappi’ costituiti da frane o slavine che scivolavano nel suo letto. Nel 1953, a seguito dell’ultima alluvione, venne chiuso per andare progressivamente in rovina. Acquisito dal Comune e’ stato interamente recuperato e reso funzionante per poter essere visitato anche a scopo didattico. Nei pressi del mulino sorgono alcune vecchie case coloniche, alcune utilizzate per l’agricoltura, altre divenute ristoranti o agriturismo. Ai piedi del mulino, un ampio piazzale era stato utilizzato in questi giorni per la ‘Festa degli Omeni’. Si tratta di un appuntamento tradizionale e tutto al maschile, fatto di grigliate, vino ed allegria. Una tradizione tipica dell’arco alpino che, secondo leggenda, si perpetua il 2 agosto come ‘sfregio’ a Napoleone Buonaparte. Lo sfotto’, sarebbe tutto nell’uso delle ‘brache’ da lavoro dei montanari veneti rispetto ai pantaloni attillati (fuseaux) che venivano usati dai soldati di Napoleone.


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