Il rischio di un’epidemia irrefrenabile e’ pari a zero. Ma ebola resta l’esempio lampante delle disuguaglianze in campo scientifico e sanitario. Lo dice il professor Stefano Vella, direttore del dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di Sanita’ che, in questa intervista al Velino, spiega quali sono i rischi reali legati a questo virus e quale dovra’ essere, piu’ in generale, il nuovo approccio alle malattie in un mondo sempre piu’ globale. “Questa e’ la ventesima epidemia di ebola negli ultimi 20-25 anni: e’ la prima volta che dura cosi’ a lungo e che e’ cosi’ estesa, prima si era auto-estinta in molto meno tempo – dice Vella – . Di qui l’allarme internazionale dell’Oms che pero’ gia’ nel caso dell’aviaria aveva dichiarato, sbagliando, l’epidemia globale. Ebola, anche questa volta, si spegnera’ perche’ e’ un virus suicida che uccide l’organismo che lo ospita in maniera molto veloce. La sua
aggressivita’, il fatto che non passa inosservato, paradossalmente sono fatti positivi: cio’ rende ebola molto diverso dall’Aids che dal punto di vista della potenzialita’ del contagio e’ enormemente piu’ pericoloso. Nonostante siano stati fatti miracoli in termini di cure in Occidente ma anche in Africa, dell’Aids dovremo continuare ad occuparcene, non e’ finita qui”. Ebola comunque resta l’esempio clamoroso delle disuguaglianze. “Obiettivamente c’e’ poco interesse a studiare il virus e a sviluppare vaccini, anche perche’ non essendo endemico, non c’e’ il tempo materiale per testare i prodotti. Principalmente pero’ la mancanza di interesse economico dipende dal fatto che si tratta di una malattia negletta, dimenticata e che riguarda, lo dico con grande rammarico, popolazioni che non fanno mercato. Lo stesso – se ci pensiamo – e’ successo anche per l’Aids la cui trasmissione dalle scimmie all’uomo era avvenuta gia’ negli anni ’30: l’Occidente si accorto di questa malattia solo con la morte di Freddie Mercury (il compianto leader dei Queen, ndr) e si e’ spaventato, ha capito che non riguardava soltanto i neri d’Africa o, al limite, qualche omosessuale di San Francisco. Sull’Aids sono stati fatti miracoli negli ultimi anni, anche perche’ le cure sono state portate anche in Africa e dunque si e’ avuto un occhio al tema delle disuguaglianze: oggi si muore di Aids piu’ a Washington che in
Botswana”. Di ebola pero’ si continua a sapere poco nonostante sia esteso in ben tre Paesi in Africa, si pensa da un unico focolaio. Si sa che c’e’ un serbatoi animale (un certo tipo di pipistrelli) e che il contagio da uomo a uomo non avviene per via aerea: chi si ammala deve venire a contatto con il sangue o con altri fluidi dell’ammalato e quindi si tratta di parenti o di personale sanitario. “Il modo, in particolare la velocita’ con cui si manifesta la malattia rende molto difficile la messa a punto di farmaci che peraltro, in caso di malattie virali, sono comunque rari. In America stanno lavorando ad un vaccino, ma ad oggi il cocktail di medicine provate sui due missionari americani, che sembrano funzionare, sono biologici e non chimici – spiega ancora lo scienziato -. Non si tratta di prodotti nuovi, sono gia’ impiegati per altre malattie come il cancro. La novita’ e’ averli impiegati contro ebola, ma sono prodotti costosi e difficili da produrre: bene vengano se salveranno la vita ai due americani ma il tema e’ quello dell’accesso di questi presidi. La verita’ e’ che ebola e’ tra quelle malattie di cui si dovrebbe occupare il pubblico. Soprattutto ebola ci ricorda che, come nel caso del global warming, occorre un approccio dello stesso segno in campo sanitario. Serve concepire la salute come global health perche’ non si puo’ piu’ lasciare intere popolazioni ad occuparsi dei loro problemi. In un mondo sempre piu’ connesso i problemi sono globali non ci si puo’ permettersi il lusso di sentirsi al sicuro: occorre mettere in piedi sistemi di sorveglianza globali perche’ ci saranno altre epidemie, specie quelle che comportano il passaggio del virus dagli animali all’uomo. E anche su malattie ormai note occorre fare di piu’. Penso per esempio alla tubercolosi che a differenza di ebola ha un periodo di incubazione molto piu’ lunga ed e’ un virus piu’ furbo che si trasmette per mesi: esistono ceppi multi resistenti che necessitano di nuovi farmaci. Altro tema e’ senz’altro quello della resistenza agli antibiotici dopo l’uso spregiudicato che ne abbiamo fatto” conclude Vella.
Ebola: “Malattia della povertà, nessun rischio di epidemia globale”


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