Si chiama Tito Squillaci ed è reggino, precisamente di Bova Marina (Reggio Calabria) il pediatra in prima linea in Africa per combattere il virus ebola. Squillaci si trova a Pujehun, in Sierra Leone, da giugno e tornerà Calabria la prossima settimana, perché l’associazione con cui opera, “Cuamm Medici con l’Africa”, ha scelto di far rientrare parte del personale lasciando sul territorio solo un chirurgo, un’ostetrica e un capo progetto. Nel distretto di Pujehun infatti ci sono tre focolai accertati, che fino ad ora hanno provocato 7 morti.In Sierra Leone la febbre emorragica ha già provocato 348 vittime. Rimanere lì sarebbe troppo pericoloso, ma Squillaci ci lascia il cuore.
In un’intervista concessa alla collega Silvia Balducci di RaiNews 24, il medico reggino ha detto: “Operiamo in massima allerta con delle precauzioni importanti. Nell’ospedale con il paziente può accedere solo un accompagnatore. Tutti quelli che entrano, inoltre, subiscono uno screening all’ingresso con un’infermiere che controlla la temperatura corporea e fa delle domande per capire se ci possono essere sospetti di ebola. Con tutti i nuovi pazienti, inoltre, indossiamo un grembiule di plastica, dei guanti, a volte persino doppi, mascherina e occhiali. Se dalle analisi si evince che il caso è sospetto, dobbiamo fermarci immediatamente e mettere in moto un meccanismo che permette al paziente di essere preso in carico da un team specializzato per l’Ebola. Allertiamo quindi il gruppo responsabile che viene a prendere il paziente e lo porta in un centro ad hoc“.
“Noi ci occupiamo di bambini di età inferiore ai cinque anni, spesso inconsapevoli del problema. In generale, però, tra la popolazione ci sono due paure: c’è la paura dell’ebola che è grande, palpabile, ma c’è anche un timore per l’isolamento e per il ricovero. Spesso i malati non vogliono essere portati in ospedale perché lo percepiscono come un luogo di morte. In Sierra Leone non ci sono le risorse per far fronte a quest’emergenza. Qualche giorno fa ho partecipato ad un incontro durante il quale il ministro della Sanità ha pubblicamente dichiarato: “Abbiamo bisogno di tutto, personale specializzato, strutture, ambulanze materiale consumo”. Serve un supporto a tutto campo, la Sierra Leone non è assolutamente un grado di fare fronte all’emergenza, solo un intervento internazionale può arginare l’epidemia. Purtroppo capita che ci siano contatti con materiali organici. Io non ho mai avuto paura di aver toccato un bambino contagiato, perché fortunatamente nel nostro ospedale non abbiamo avuto famiglie con contagi. Non so cosa succederà quando tornerò in Italia. Non è previsto isolamento. Altri due operatori sono già rientrati e non hanno subito alcun controllo. Al momento della partenza, invece, all’aeroporto di Freetown tutti i passeggeri vengono visitati due volte e viene misurata la temperatura. L’Ebola non contagia nella fase di incubazione ma solo quando i sintomi sono già conclamati. In assenza di febbre dunque non c’è pericolo di contagio e si può lasciare il Paese“.


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