Clima: 22 milioni di profughi nel 2013

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GREENPEACE: GIORNATA MONDIALE DELL?AMBIENTE, LE IMMAGINI DELLE CONSEGUENZE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICICresce nel mondo il numero dei rifugiati ambientali, vittime delle catastrofi naturali che stanno provocando il triplo degli sfollati rispetto ai conflitti armati. Così, mentre a New York l’Onu si appresta martedì prossimo ad aprire le porte del Palazzo di Vetro a più di 120 leader mondiali per trovare politiche comuni per fronteggiare il clima che cambia, nel mondo sono saliti già a oltre 22 milioni le persone che sono state costrette ad abbandonare la propria casa a causa dei devastanti effetti degli eventi atmosferici estremi. Lo scenario è del Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc) che ha dedicato il suo ultimo rapporto ‘Global Estimates’ all’urgenza di impegnarsi per contrastare il cambiamento climatico. “La progressione del climate change sta portando a catastrofi ambientali sempre più frequenti e mentre a livello mondiale ancora non si è travata ancora una posizione comune sulla lotta climatica, le popolazioni più deboli pagano lo scotto dell’inazione” sottolinea rinnovabili.it. nel riportare gli impressionanti numeri rilevati da Ncr nel 2013. Secondo il rapporto, nessuna regione del mondo è immune ai disastri, ma negli anni precedenti, il continente più colpito è stato l’Asia, dove 19 milioni di persone si sono ritrovati nella condizione di rifugiati ambientali a causa di inondazioni, tempeste o terremoti. Solo nelle Filippine, il tifone Haiyan ha colpito 4,1 milioni di persone trasformandoli in sfollati, un milione in più rispetto a quelli di Africa, Americhe, Europa e Oceania messi insieme. Insomma, “i rifugiati ambientali non hanno ancora un riconoscimento giuridico, eppure esistono già e chiedono ogni giorno di essere ascoltati” rimarca rinnovabili.it “Sempre più persone oggi sono esposte e vulnerabili. Il nostro rapporto mostra che si può fare molto di più per preparare e prevenire le migrazioni causate dalle calamità” spiega il segretario generale di Ncr, Jan Egeland. “Questa tendenza continuerà a crescere man mano che aumenterà il numero di persone che vivono e lavorano nelle aree a rischio. E sarà aggravata in futuro dagli effetti del cambiamento climatico” avverte Egeland.