Tante volte sarà capitato di ritrovarsi fradici sotto la pioggia, con un ombrello in mano letteralmente da buttare. Un problema, quello della “moria” di ombrellini, non certo di poco conto, se si pensa al fatto che vengono abbandonati per strada, nelle campagne e nei cassonetti dell’indifferenziata. Per ovviare a questi inconvenienti, è nato Ginkgo, il primo ombrello in polipropilene, leggero e totalmente riciclabile, ideato da Gianluca Savalli, studente di ingegneria al Politecnico di Milano, Federico Venturi, designer, che hanno studiato i punti deboli dei “normali” ombrelli, in modo da realizzarne uno resistente al vento e alle intemperie. A loro due si è, poi, aggiunto l’imprenditore Marco Righi, anima commerciale del team.
Il rivoluzionario ombrello , grazie al suo particolare design, offre un’infinita gamma di personalizzazioni in base al colore. Il polipropilene, utilizzato per la costruzione di tutto l’ombrello, è una delle plastiche più utilizzate al mondo, è riciclabile e presenta diverse proprietà fisiche, in funzione del metodo di produzione, che lo rendono adatto a qualunque applicazione. Di base è elastico e resistente ma può essere lavorato assieme ad altri materiali, come il talco e la fibra di vetro, che ne incrementano la durezza mantenendone, però, la riciclabilità… non a caso è impiegato nella maggior parte degli oggetti di uso quotidiano, dalle custodie dei cd, ai bicchieri di plastica, dai componenti automobilistici alle applicazioni spaziali. In campo tessile, inoltre, è possibile ottenere un filato estremamente resistente ed elastico. C’è oggi una forte spinta a sostituire componenti di metallo con il polipropilene, proprio per i grossi vantaggi che questo offre.
Ma com’è nato Ginkgo? Alcuni anni fa, la ragazza di Federico, dopo l’ennesimo ombrello rotto durante una delle tante giornate di pioggia, completamente bagnata, ha esclamato al suo rientro a casa: “bisognerebbe inventare un ombrello fatto di plastica”. Detto, fatto: tante le sperimentazioni che si sono susseguite sino ad arrivare all’ombrello completamente riciclabile, robusto, colorato e flessibile che noi tutti ora conosciamo. Logo breve, ad impatto, che incuriosisce, trasmettendo all’interlocutore l’anima ecosostenibile del prodotto, particolare geometria brevettata che consente ai braccetti di essere realizzati in un unico pezzo, tramite il processo di iniezione in stampi, con una notevole diminuzione delle componenti, passando dai 120 degli ombrelli tradizionali, alle 20 di Ginkgo. Il prezzo oscilla dai 20 ai 30 euro e l’unica nota dolente è la produzione in Cina, dove gli inventori hanno trovato aziende disposte ad ascoltarli.


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