Salute: l’Alzheimer colpisce 600.000 italiani, solo 1 su 5 è assistito

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ALZHEIMER CERVELLO - CopiaSono circa 900.000 gli italiani colpiti da demenza senile, di cui 600.000 malati di Alzheimer. Troppo spesso, pero’, sono lasciati soli a se stessi e alle cure delle famiglie, tanto che solo 1 su 5 riceve cure e assistenza domiciliare pubblica. Sono i dati diffusi in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzhiemer che si celebra il prossimo 21 settembre. Quest’anno l’attenzione e’ puntata alla prevenzione e, in particolare, al legame tra la progressiva perdita delle capacita’ cognitive, problema che riguarda tra il 5-7% degli over 60 e il 25-35% degli over 85, e patologie come malattie cardiovascolari e diabete. Ma, nel mese dedicato all’Alzheimer, arrivano anche i risultati positivi di uno nuovo studio che mostra come il cervello umano possa essere in grado di compensare alcuni dei primi cambiamenti osservati nella malattia. A dirlo e’ una ricerca della University of California pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience, secondo la quale alcune persone aumentano l’attivita’ cerebrale per mantenere la loro capacita’ di pensare. Lo studio ha coinvolto 71 adulti senza segni di declino mentale. Le loro scansioni cerebrali hanno mostrato che 16 dei soggetti piu’ anziani presentavano depositi di amiloide, accumuli di proteine considerati una caratteristica del morbo di Alzheimer. A tutti e’ stato chiesto di memorizzare una serie di immagini, poi sono stati invitati a ricordarle. Entrambi i gruppi hanno svolto bene il compito, ma gli scanner usati per monitorare l’attivita’ cerebrale hanno mostrato che i soggetti con depositi di amiloide necessitavano di una maggiore attivita’ cerebrale nel ricordare. Secondo gli scienziati questo suggerisce che i loro cervelli hanno una capacita’ di adattarsi per compensare eventuali danni precoci causati dalla proteina. Ora bisognera’ capire da cosa derivano le differenti ‘capacita’ di adattamento’. “E’ probabile che chi e’ abituato a stimoli cognitivi presenti un’attivita’ cerebrale meglio in grado di adattarsi al danno potenziale”, commenta William Jagust, un degli autori dello studio.