Salute: musicisti, problemi dovuti alla postura. Ecco perchè molti smettono

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musicaL’intenso studio della tecnica musicale può provocare disturbi fisici di vario tipo. Moltissimi musicisti, professionisti e non, lamentano problemi posturali legati alla prolungata attività di studio ed esecuzione con il proprio strumento. “Spesso la fase di esercizio prevede l’esposizione a posture scorrette per diverse ore al giorno sin dalla giovane età. Questa attività causa disturbi muscolo-scheletrici e patologie dolorose che, se non curate, possono risultare invalidanti”. Ad affermarlo è Piero Budassi, Direttore del dipartimento di neuroscienze e osteoarticolare degli Istituti Ospitalieri di Cremona. Budassi condurrà un seminario sul tema all’interno della XXVII edizione di Mondomusica in programma a CremonaFiere dal 26 al 28 settembre 2014. Il rachide, il cingolo scapolo-omerale e l’arto superiore sono frequentemente interessati, ma si possono sviluppare problemi anche altri organi e apparati, per esempio la funzione respiratoria in chi la usi per la prassi musicale. “Nella maggior parte dei casi, i musicisti – spiega Budassi – vanno incontro ad alterazioni di tipo funzionale, caratterizzate da una perdita della coordinazione tra funzioni dovuta alla peculiarità della prassi musicale. L’obbligatorietà delle posture richieste, la ripetitività dei gesti ed il lungo tempo necessario allo studio ed alla preparazione, comportano un alto rischio di disfunzione. Questo, nel tempo, può indurre al progressivo instaurarsi di alterazioni organiche, con la trasformazione del problema in vera e propria patologia”. Poiché lo studio di uno strumento musicale inizia generalmente in età infantile, e si estende per tutta l’età evolutiva “non vanno trascurati i sintomi, anche lievi, che si possono manifestare fin da questo stadio. Vanno considerati come veri e propri campanelli d’allarme”, suggerisce l’esperto. Ma quanti sono i musicisti che soffrono di questi problemi e hanno dovuto smettere? “Difficile parlare di statistiche – risponde Budassi – Nel mondo la ricerca si è diffusa a macchia di leopardo e non mi risulta siano presenti studi sistematici capaci di misurare il fenomeno. La sensazione è che moltissimi strumentisti sono afflitti da disturbi in qualche modo riconducibili all’oggetto della nostra riflessione. Spesso questi disturbi sono sottovalutati, talvolta ben individuati e curati, sovente trattati attraverso percorsi alternativi. In alcuni casi – precisa – raggiungono progressivamente un livello di gravità tale da determinare l’abbandono della pratica dello strumento”. musicistaQueste patologie influenzano l’iter professionale fin dall’inizio. Sovente l’abbandono precoce dello studio musicale è determinato da sofferenza fisica percepita già nel corso dei primi anni. Qualsiasi altro momento della vita di un musicista può essere funestato dalla comparsa di disfunzioni importanti. Nel caso di carriere particolari, come quelle di che mantiene posizioni asimmetriche a lungo, l’anzianità di ‘servizio’ peggiora sostanzialmente le cose. Per intervenire e risolvere il problema ci sono diverse strade. “Ci si può limitare ad una ‘rieducazione’, ma in altri si arriva addirittura alla chirurgia – osserva l’espertp – In Italia la comprensione e la cura dei fenomeni di cui parliamo è tipicamente a macchia di leopardo. Esistono piccoli centri in cui per vari motivi, spesso legati alla passione di singoli, si concentra una qualche capacità operativa o di ricerca, ma manca un coordinamento. All’estero, al contrario, esistono numerosi esempi di collaborazione tra facoltà di Medicina e Conservatori e parecchi centri contribuiscono all’incedere della conoscenza o al trattamento specifico di aspetti patologici. La frontiera della conoscenza – chiosa – a mio avviso, si sta spostando sulla comprensione degli schemi motori collegati alla prassi musicale”. “Analizzare il movimento con le tecniche oggi a disposizione – conclude Budassi – permetterà di chiarire come l’organismo interagisce con lo strumento. Da un altro punto di vista identificare i vari aspetti del cosiddetto ‘rischio specifico’, personali, legati alla prassi ed alle consuetudini, legati all’identità metabolica del soggetto permetterebbe di tessere una modalità di intervento precoce o preventivo. Nell’ambito delle tecniche chirurgiche, l’identificazione delle vie meno invasive e più funzionali, applicate al musicista, consentirà allo stesso di non interrompere, o al massimo di farlo per poco, la pratica dello strumento”.