Nelle ultime ore, gli ultimi run elaborati da alcuni modelli ad alta definizione, fra cui i bolam, evidenziano la possibilità che la nuova depressione a mesoscala, in arrivo dall’Atlante algerino, trasferendosi sopra le calde acque superficiali del Canale di Sicilia, possa raccogliere sufficienti quantità di calore latente per evolversi in una vera e propria ciclogenesi tropicale, a “cuore” caldo, nella giornata di domani, sui mari che circondano la Sicilia. L’ipotesi non è per niente campata in aria, visto che la depressione orografica scorrerà sopra mari molto caldi, e in un ambiente umidissimo nei bassi strati che contribuirà a fornire un ottimo carburante per lo scoppio di un’attività convettiva profonda, ideale per lo sviluppo di una depressione in aria calda e umida. Gli unici fattori che potranno inibire l’innesco di un processo ciclogenetico a cuore caldo riguarderanno i valori della “vorticità potenziale isoentropica”, che non essendo sufficientemente elevati in quota rischiano di non poter supportare lo sviluppo di un vero e proprio ciclone. Solo col supporto della “vorticità potenziale isoentropica” potrà concretizzarsi questa ipotesi modellistica. Il problema consiste nell’esatta individuazione del minimo barico, visto che solitamente queste ciclogenesi tropicali, una volta strutturate, tendono a restringersi, concentrando tutto il loro potenziale, in termini di venti burrascosi e piogge intense, su aree ristrette, dove potrebbero realizzarsi dei fenomeni di forte intensità. Come abbiamo già dimostrato più volte, in svariati articoli, anche un mare chiuso come il Mediterraneo può fornire le energie necessarie allo sviluppo di una ciclogenesi tropicale, contraddistinta da una dinamica “barotropica”, analoga a quelle che si formano sui mari tropicali.
Questo particolare tipo di perturbazioni vengono classificate con il termine di “TLC”, o “Tropical Like Ciclones”. Per caratteristiche interne e per forza i “TLC” non hanno nulla da invidiare ai classici cicloni tropicali che sferzano il settore tropicale dell’Atlantico, il Pacifico e l’oceano Indiano. Essendo caratterizzati internamente da un “cuore caldo”, ben presente soprattutto nei bassi strati, i “TLC” si differenziano notevolmente dai più comuni cicloni extratropicali che si formano continuamente tra l’Europa e il bacino del Mediterraneo. Inoltre questi vortici hanno una estensione molto più limitata, ma attorno al profondo minimo barico riescono a conservare una grandissima potenza che spesso si traduce con una intensa attività convettiva, dove si possono celare dei sistemi temporaleschi particolarmente attivi, e da venti molto forti e turbolenti, spesso sotto forma di tempesta, anche se il “Fetch” non raggiunge mai grandi estensioni concentrandosi proprio a ridosso dell’occhio centrale libero dalle nubi. Un’altra caratteristica dei “TLC” è rappresentata dalla loro grande “barotropicità” (quando la superficie isobarica coincide con quella isotermica), tipica delle perturbazioni tropicali, al contrario delle depressioni extratropicali delle medie latitudini che sono caratterizzata da “baroclinicità” (notevole differenza di posizionamento dei minimi alle varie quote). In questi casi il ciclone diventa pienamente autonomo e prende la sua energia dal calore latente fornito dal mare. In genere un sistema depressionario extratropicale assume piene caratteristiche “barotropiche” solo quando i minimi di pressione corrispondono perfettamente alle varie quote, uno sopra l‘altro.
Di solito le circolazione di tipo “barotropico” si sviluppano durante il termine del processo di “CUT-OFF”, ossia quando avviene la cessazione dell’alimentazione fredda in quota e si chiude l’onda principale (taglio della saccatura ad opera di una spinta zonale dell’anticiclone oceanico o del rinforzo del “getto” lungo il bordo settentrionale di quest’ultimo) che ha dato origine alla circolazione depressionaria strutturata in quota, isolandola dal flusso perturbato principale. Cosa ben diversa sono le circolazioni “barocline”, tipiche dei cicloni extratropicali, i cui minimi alle varie quote non coincidono mai nella stessa posizione. In più, in questo tipo di circolazioni depressionarie extratropicali, le avvezioni fredde dalle alte latitudini si accompagnano sempre al margine occidentale della struttura ciclonica, seguendo le ondulazione del “getto polare” che funge da nastro trasportare per le profonde aree cicloniche delle medie e alte latitudini. Di conseguenza la convenzione esplode nel centro del sistema, i venti si intensificano di botto, fino a superare i 100-120 km/h, e si forma il tipico occhio del ciclone dentro la massa temporalesca, indice di una intensa forza centrifuga. Questi profondi vortici ciclonici tropicali mediterranei si formano molto spesso nella stagione autunnale, fra Agosto e il mese di Gennaio, nel periodo dell’anno in cui le temperature delle acque superficiali dei mari mediterranei raggiungono i massimi valori, anche con picchi di +27°C +28°C su tratti del mar Libico. I mari cosi caldi, con i primi transiti di masse d’aria instabili in quota e il passaggio del “getto polare“, divengono delle fucine temporalesche, con la genesi di grossi nuclei temporaleschi come gli “MCS” o sistemi temporaleschi a mesoscala che interagendo in aree dove sono in atto significative avvezioni di vorticità positiva alle quote superiori della troposfera possono successivamente evolvere in sistemi ciclonici a cuore caldo, e di tipo tropicale, apportatori di precipitazioni torrenziali, in grado di scatenare degli eventi alluvionali lungo le aree colpite, scaricando anche oltre 400-500 mm nel giro delle 24 ore.
La grande potenza di queste ciclogenesi di tipo tropicale deriva dalla grande energia termica sprigionata dalle calde acque superficiali del mare. Tutta questa energia potenziale viene poi trasformata in energia cinetica che produce un improvviso scoppio dell’attività convettiva (correnti ascensionali in rotazione vorticosa che tendono ad ascendere molto velocemente verso l’alto) attorno il centro della bassa pressione, comportando un notevole approfondimento di quest’ultima a seguito del calore latente sprigionato dalla condensazione del vapore acqueo messo a disposizione dalla calda superficie del mare. In questi casi il ciclone diventa pienamente autonomo e prende la sua energia dal calore latente fornito dal mare. Di conseguenza la convenzione esplode nel centro del sistema, il “gradiente barico” attorno il sistema si rafforza notevolmente, divenendo anche molto fitto, mentre i venti si intensificano improvvisamente fino a superare i 100-120 km/h, favorendo la formazione del tipico occhio del ciclone dentro la massa temporalesca, molto ben visibile dalle moviole satellitari. Come i cicloni tropicali per stimare la forza dei “TLC” si fa ricorso ad una scala simile alla più famosa scala “Saffir-Simpson” la quale, in base alla velocità dei venti medi sostenuti e alla pressione centrale, li suddivide a sua volta in; “Mediterranean Tropical Depression” quando la velocità del vento medio sostenuto è inferiore ai 63 km/h; “Mediterranean Tropical Storm” quando il vento si aggira fra i 64 e 111 km/h e “Medicane o Mediterranean Hurricane” quando il vento medio supera la soglia dei 111 km/h.



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