Non e’ un vaccino, ma un’altra strada che vale la pena percorrere per cercare di sconfiggere l’Ebola. L’Organizzazione mondiale della sanita’, proprio in questi giorni, ha dato la sua autorizzazione a procedere ad una nuova sperimentazione basata sul concetto di ‘immunoterapia passiva’, cioe’ sul trasferimento di anticorpi – attraverso un percorso sicuro di donatori di sangue e plasma- nei pazienti affetti dalla malattia. Alla sperimentazione, che coinvolgera’ un gruppo di lavoro di fama internazionale, partecipera’ anche Giuliano Grazzini, direttore del Centro Nazionale Sangue e membro del gruppo consultivo di esperti in Medicina Trasfusionale dell’Oms”. Per saperne di piu’ lo abbiamo intervistato. – Non si trattera’ di un vaccino, ma di ‘un’opportunita’ terapeutica empirica’. Perche’ e’ importante fare questa precisazione? “È assolutamente necessario precisare che quello di cui stiamo parlando e’ – come lo ha definito l’Oms – un trattamento empirico che non ha ancora evidenze scientifiche solide. In poche parole, si tratta di un’opportunita’. Detto questo, nell’ambito di una malattia che oggi non presenta nessuna possibilita’ di trattamento, credo che anche qualcosa di empirico naturalmente valga la pena di essere considerato”. – In cosa consistera’ esattamente la sperimentazione? “Il trattamento si basera’ sul concetto di ‘immunoterapia passiva’, gia’ applicata con successo per il trattamento di una varieta’ di agenti infettivi. In pratica, si tratta di infondere il sangue, preferibilmente il plasma, di chi e’ guarito dalla malattia (che contiene gli anticorpi anti-virus Ebola) a chi e’ malato, per trasmettergli questa immunita’ al virus e aiutarlo a combattere l’infezione. Solo i pazienti con malattia da virus Ebola confermata, meglio se nelle sue fasi iniziali, dovrebbero essere candidati a ricevere le trasfusioni di sangue o plasma come terapia empirica”. E ancora: – Quali saranno i soggetti che potranno donare sangue e plasma? “Quelli che presentano uno stato fisico banalmente idoneo a poter effettuare una donazione. Nello specifico, tali soggetti devono essere clinicamente asintomatici, devono essere stati dimessi dal centro di cura da almeno 28 giorni, e devono essere risultati negativi due volte alla ricerca del virus Ebola eseguita mediante test dell’acido nucleico (NAT). I due campioni per la ricerca, inoltre, devono essere raccolti ad almeno 48 ore di distanza e i risultati dei test devono essere negativi su ciascun campione. Le cartelle cliniche dei pazienti guariti da malattia da virus Ebola, infine, devono essere riesaminate prima del definitivo giudizio d’idoneita’ alla donazione”. – C’e’ il rischio che tale donazione, come accade in alcuni Pesi, possa diventare un mercato? “Con questa domanda colgo l’occasione per sottolineare che naturalmente siamo nell’ambito di un circuito di donazione assolutamente volontaria, per la quale il convalescente donatore non riceve alcuna remunerazione. Quando un paziente guarito e’ stato identificato come potenziale donatore, deve ovviamente essere informato in maniera esaustiva per poter esprimere il proprio consenso alla donazione. Il paziente trattato, poi, verra’ monitorato attraverso un protocollo di controllo anche sull’innocuita’ della trasfusione che ricevera’. Non solo: sia i dati clinici di accertamento dell’idoneita’ del convalescente donatore sia quelli del malato trattato saranno tutti registrati e messi a disposizione della comunita’ scientifica”. – Una settimana fa, intanto, e’ comparsa una notizia riguardante un vaccino di matrice italiana ‘scelto’ dagli Usa: solo una bufala? “Quella notizia e’ stata smentita. Quindi, francamente, penso proprio di si’…”.
Ebola: sì alla sperimentazione su sangue e plasma delle persone guarite


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