Le pettole di Santa Cecilia: storia, leggenda, tradizioni e ricetta delle gustose “nuvolette” di pasta fritta

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PETTOLELe pettole tarantine, soffici e gustose nuvole di pasta fritta, si preparano il giorno di Santa Cecilia e durante le festività natalizie, servite calde, cosparse di zucchero, o nella versione salata, riempite con acciughe, pomodorini e capperi o con cozze crude, baccalà, wurstel o pezzi di parmigiano. Si narra che una donna (poi destinata a passare alla storia) il giorno di Santa Cecilia preparò l’impasto per il pane, lasciandolo però lievitare troppo a lungo. Venne infatti catturata dalla musica degli zampognari e si mise a seguirli per i vicoli della città. Tornata a casa, scaldò l’olio, tuffandovi dentro le palline di pasta, non essendo essa più utilizzabile per i pane. I bimbi, che apprezzarono moltissimo la ricetta improvvista, chiesero alla madre come si chiamasse e lei risposte “Pettel”, pensando ad una mini-versione della focaccia, chiamata in tarantino “pitta”.

PETTOLE 1Se, per la tradizione, le pettole sono il frutto della sbadataggine di una casalinga (di questo non ci sono prove documentate); se il Gigante vi intravede un’etimologia latina (presumibilmente volgare, dove”pitta” sta per focaccia, con all’aggiunta del suffisso diminutivo “ula”), tenendo anche presente che nell’indoeuropeo si riscontra una radice *pi-tu” ( cibo) che, oltre a pettola, avrebbe dato origini all’inglese food, ai termini italiani “pietanza e pizza, e al greco “pita”, pur restando queste solo delle teorie; si cercano spiegazioni più concrete circa il consumo delle pettole durante il periodo natalizio. Si pensa, ad esempio, che il popolo minuto, disponendo solo di acqua e farina, festeggiasse a tavola con le frittelle, una pietanza considerata impegnativa, dato il prezzo elevato dell’olio. Una curiosità: nella tradizione culinaria ellenica compaiono i ‘loukoumàdes’, delle palle di pasta lievitata e fritta imbevute nel miele, molto somiglianti per la loro forma alle nostrane pettole, anche se la loro provenienza sembra più che altro turca, essendo forse state introdotte nel periodo di dominazione ottomana, di gran lunga posteriore all’età dell’oro della Magna Grecia. Oggi preparare le pettole è davvero semplice.

PETTOLE 2Occorrono 500 grammi di farina oo, un cubetto di lievito di birra, 1 cucchiaino da caffè di sale, acqua quanto basta e olio d’oliva per friggere. Per preparare l’impasto che va fatto riposare per circa 2 ore, bisogna: setacciare in una coppa la farina, versando al centro un po’ d’acqua riscaldata, il sale, il lievito sciolto bene, continuando a lavorare energicamente il composto, con l’aggiunta di altra acqua, sino al raggiungimento di un impasto liscio, appiccicoso, quasi cremoso come consistenza. Dopo l’opportuno tempo di riposo, una volta che sarà raddoppiato di volume e si saranno formate sulla sua superficie delle bolle d’aria, si può finalmente mettere sul fuoco una pentola alta con abbondante olio d’oliva che, quando inizierà a fumare, potrà “ospitare” le famose pettole.

PETTOLE 4Per ottenerle, o formate dele palline da staccare tra pollice e indice (bagnandovi le mani con l’acqua per facilitare l’operazione), lasciandole scivolare nell’olio bollente, oppure aiutatevi, più semplicemente, con un cucchiaio. Le pettole saranno pronte non appena la pasta si sarà gonfiata e dorata. Ancora prima di carteddate, sannacchiudere, e diente de san Geseppe, le pettole sono un “assaggio” dell’atmosfera natalizia. Il segreto della loro morbidezza sta nell’energia con cui viene lavorata la pastella e per lasciar riposare al meglio l’impasto, è consigliabile coprirlo con uno strofinaccio o con una coperta, ponendolo in un luogo caldo e asciutto. Inoltre, la padella per friggerle deve essere piuttosto alta e le pettole devono “sguazzare” nell’olio per evitare che l’interno resti crudo.