L’artrosi al ginocchio colpisce oltre 2,5 milioni di italiani, e gli interventi di protesi sono in costante crescita, con un aumento di circa il 10% l’anno, e pazienti non più solo ‘over 60’. Fra le novità presentate a Roma, a margine del congresso della Siot (Società italiana di ortopedia e traumatologia), c’è la protesi ‘salvacrociato’, frutto della ricerca italiana e già disponibile in molti centri. Si tratta di un impianto per il ginocchio di nuova generazione al titanio che, grazie alla forma a ferro di cavallo, permette di conservare intatta la zona ossea di inserzione dei legamenti crociati. Su questa struttura metallica sono poi agganciati due inserti in polietilene che simulano i menischi naturali. La protesi si completa con una componente femorale studiata in modo da consentire la completa estensione dell’arco di flesso del crociato anteriore, senza rischi di conflitto con le altre componenti. “I maggiori vantaggi – spiega Bruno Violante, direttore del dipartimento di Ortopedia 2 agli Istituti Clinici Zucchi di Monza – si registrano nei tempi di ricovero, che si sono abbassati a non più di 24-36 ore, grazie alla riduzione delle complicanze e al dolore post-operatorio”. Invariati i tempi di riabilitazione, quantificati in 5-6 settimane in esercizi di recupero prima di avere la piena e autonoma ripresa delle attività professionali e socio-relazionali. “Gli interventi di protesi del ginocchio – spiega Ciro Villani, ordinario di Ortopedia e traumatologia all’Università Sapienza di Roma – sono in costante crescita, con un aumento di circa il 10% l’anno. Parliamo oggi di circa 70 mila impianti anno. Si è anche abbassata la fascia di età interessata: l’età media si aggira ancora dai 65 anni in su, ma si stanno
crescendo gli interventi sulla popolazione più giovane, che fa attività fisica e non vuole rinunciare a muoversi, viaggiare, fare attività fisica. Poter risparmiare i due crociati è certamente una rivoluzione per i pazienti perché i legamenti sono fondamentali nell’articolazione del ginocchio e deputati alla stabilità passiva”. Utilizzare una protesi in grado di preservarli entrambi favorisce un migliore funzionamento dell’articolazione, quindi una ‘propriocettività”(la capacità per il paziente di ‘sentire’ la propria articolazione) più fisiologica e naturale. “Un aspetto importante – riprende Violante – perché fino ad ora il 20% dei pazienti era alla fine insoddisfatto della protesi al ginocchio, nonostante tutto funzionasse: la spiegazione più comune è che ‘non riescono a sentire il ginocchio'”. “Il legamento crociato anteriore – spiega Violante – è fondamentale nell’anatomia dell’articolazione: a seguito di un trauma si deve necessariamente ricostruirlo, specie se si vuole continuare a praticare attività fisica. Non a caso si tratta di uno degli interventi più diffusi e comuni, ad esempio, fra i calciatori e gli sportivi, che altrimenti si vedrebbero costretti a uno stop professionale. E non a caso questa protesi è destinata soprattutto a pazienti giovani e che chiedono al ginocchio una risposta funzionale, dinamica e attiva come avviene ad esempio in chi fa giardinaggio, in chi si piega, chi ha una normale attività professionale, ma anche sessuale e socio-relazionale. In tutte queste condizioni – aggiunge Violante – avere un ginocchio quanto più possibile vicino alla normale struttura anatomica rappresenta un significativo miglioramento sia sulla qualità di vita che sulle prestazioni delle varie attività”. “La protesi – precisa Villani – in circa l’85% dei casi viene impiantata per rimediare a un problema di artrosi del ginocchio. Ma la chirurgia protesica rappresenta solo l’ultima tappa di un percorso che deve essere graduale. Di norma il primo approccio è il meno invasivo possibile, con terapie mediche di tipo generale o locale. Se gli esiti sono poco soddisfacenti, si può passare alla riabilitazione di tipo strumentale, che va dalla ionoforesi alle diverse metodiche antinfiammatorie fino alla rieducazione muscolare. Solo in caso di fallimento – prosegue – ci si può indirizzare verso la chirurgia. Una decisione terapeutica che va sempre presa insieme al paziente, al quale deve essere fatto firmare il consenso informato quale atto di condivisione di un eventuale trattamento chirurgico. Ogni innovazione in questo campo dunque è fondamentale”. “Pur trattandosi di una protesi di recente introduzione – continua Violante – si nota un significativo calo del dolore post operatorio, una riduzione sensibile del ricovero (24-36 ore al massimo) con risparmio per l’ospedale e vantaggi per la qualità di vita del paziente. L’aspetto più rilevante è comunque la possibilità di utilizzo in modo più naturale del ginocchio a meno di tre mesi dall’intervento. Infatti meno strutture si intaccano durante l’impianto e più ci si attiene alla struttura anatomica dell’articolazione, migliori saranno gli esiti e le sensazioni in termini di efficienza e naturalezza. La protesi – conclude – è rimborsata dal Ssn”.
Salute: 2,5 mln di italiani con l’artrosi al ginocchio, arriva la protesi “salvacrociato”


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