Dieci anni fa lo tsunami nel Sudest asiatico: morirono in 230.000

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INDONESIA-ASIA-TSUNAMI-ANNIVERSARY-COMBOOnde enormi, alte anche decine di metri, si abbatterono sulle spiagge, sulle povere case dei pescatori, sui resort di lusso in cui si trovavano ricchi turisti occidentali. Spazzarono via tutto, lasciando una striscia di morte che s’addentrava per pochi chilometri in isole dalla natura lussureggiante. Chi ha vissuto quei momenti difficilmente li dimentica, ancora oggi, a dieci anni di distanza.
Il 26 dicembre 2004 il mondo fu sconvolto dalle immagini di uno dei più devastanti maremoti della storia. Onde anomale si mossero nell’Oceano indiano come in una bacinella, colpendo Indonesia, Sri Lanka, India, Thailandia, Madagascar, Birmania, Somalia, Maldive: tutti i 14 paesi che si affacciano su quel mare furono investite. Le onde arrivarono sulle coste americane, l’onda mediatica si propagò dappertutto.
Alla fine nessuno potrà mai dire quante persone siano perite nel disastro. Il bilancio più attendibile parla di 230mila morti.
sumatra-tsunamiInnumerevoli le famiglie divise, spezzate, i bambini cresciuti orfani, padri o madri che hanno visto la violenza delle acque portare via i loro bambini e non sono più riusciti a trovarli.
Dopo il passaggio dell’onda, i cadaveri giacevano sul fango di quelle che una volta erano case e strade e, nel mare, fino in lontananza, galleggiavano oggetti e corpi che nessuno avrebbe mai più ritrovato. A innescare il disastro fu un terremoto di magnitudo 9.3, verificatosi nel mattino del 26 dicembre al largo delle coste indonesiane. Mancò un preavviso, lo stesso che sette anni dopo riuscì in circostanze simili in Giappone, un paese le cui coste sono ben più antropizzate, a contenere il bilancio di un devastante tsunami a circa 20mila morti. Dopo il disastro fu tutto un parlare dell’istituzione di un “early warning system”, un sistema appunto per avvertire e far fuggire la popolazione costiera in caso di tsunami. A dieci anni di distanza, il sistema c’è, ma un senso di rilassamento fa sì che questo sitema sia inutile. “Quando tu dimentichi, non ti prepari”, spiegato Margareta Washlstroem, capo dell’Ufficio Onu per la riduzione dei rischi da disastro, che ha avuto un ruolo importante nei tentativi per riprendere la situazione in mano dieci anni fa. “Ti rilassi…e questo è pericoloso. Uno dei principali problemi nella riduzioone del rischio è quella di tenere viva questa consapevolezza”. Le onde, innescate dal fortissimo moto tellurico, ci misero una ventina di minuti per arrivare dall’epicentro fino alle coste di Aceh, la parte più colpita dell’Indonesia, dove hanno perso la vita qualcosa come 170mila persone. Poi, due ore dopo, lo tsunami colpì la Thailandia, lo Sri Lanka, l’India. “Eravamo ciechi, senza sensori nell’Oceano indiano”, racconta Charles McCreery, direttore del Pacific Tsunami Warning Center statunitense. Eppure segnali di previsione c’erano stati. Dopo “100 anni di calma” s’erano verificati sei terremoti di magnitudo 7.9 nel 2004. La terra ribolliva pronta a scatenarsi e a scatenare il mare. Ora il sistema c’è in alcuni punti. Ma in altri, per esempio, i segnali di preavviso sono scomparsi. Ancora, la popolazione ha continuato ad addensarsi lungo le coste e le società immobiliari hanno lucrato vendendo case vista mare. Una situazione in chiaro-scuro che fa dire a un sopravvissuto, Mathias Mann, tedesco: “La gran parte delle persone vuol dimenticare. Io non lo capisco”.