Serve una mobilitazione più rapida dei sopravvissuti al virus Ebola, “risorsa preziosa ma finora in gran parte trascurata nella lotta contro l’epidemia” in Africa occidentale. E’ l’appello che un gruppo di esperti Usa lancia dalle pagine dell”International Journal of Epidemiology’. Il monito, contenuto in un editoriale firmato da scienziati dei Dipartimenti di psichiatria ed epidemiologia della Columbia University di New York, è chiaro: bisogna puntare sull’esercito dei ‘guariti’ per accelerare il contenimento della malattia. Con un tasso di guarigione di circa il 30% in questo momento nei Paesi africani colpiti, i sopravvissuti si contano già a migliaia, fanno notare gli esperti. Il loro aiuto potrebbe essere determinante in una situazione in cui medici e infermieri devono fronteggiare un’alta mortalità e gli aiuti stranieri, in forniture mediche e personale, continuano ad essere squilibrati rispetto alla portata del problema, fa notare Zena Stein, scienziata della Joseph Mailman School of Public Health della Columbia e del
Centro studi clinici e comportamentali sull’Hiv dell’Istituto psichiatrico di New York, insieme ai suoi colleghi. Nelle vene dei ‘survivor’ scorre sangue prezioso per chi lotta con l’infezione. E poi i guariti sono armati di uno ‘scudo naturale’ che li rende adatti a interagire in prima linea con i malati. Altra dote utile: sono degli ‘insider’, fanno parte della comunità locale. L’editoriale raccomanda che gli adulti sopravvissuti vengano identificati attraverso i dati clinici e i leader delle comunità locali, così come reclutati attraverso messaggi pubblici. La loro immunità deve essere certificata con esami del sangue. Gli interessati potrebbero essere addestrati per ruoli di assistenza legati alle cure essenziali, consentendo al personale non immune di passare a posizioni che minimizzano la loro esposizione. “Lo stop al virus in Africa occidentale è fondamentale per la salute pubblica di tutto il mondo – avverte Stein – Ma superare la crisi aperta da Ebola richiede un’azione continuata, una visione culturale, e una cooperazione tra comunità colpite e soccorritori internazionali”. Gli esperti elencano e approfondiscono le 4 principali ragioni per arruolare i superstiti nella lotta a Ebola. Su tutte, avendo sviluppato l’immunità al ceppo corrente di Ebola, per Stein sono quindi in grado di curare i malati con poco o nessun rischio di reinfezione. “In un certo senso – spiega – sono le uniche persone al mondo ‘vaccinate’ contro ulteriori infezioni dal ceppo in circolazione. Questo li posiziona in modo univoco in un possibile ruolo di mediatori tra infetti e non infetti e tra popolazioni locali e soccorritori stranieri”. I sopravvissuti possono poi donare il sangue, dal momento che i loro anticorpi potrebbero essere protettivi e aiutare gli infettati a sopravvivere a loro volta al virus. Anche se non è stata ancora provata l’efficacia, l’immunoterapia passiva col sangue dei superstiti potrebbe essere un trattamento importante per decine di migliaia di persone, da prevedere per combattere Ebola, ribadiscono gli esperti. A differenza dei soccorritori stranieri, i superstiti parlano le lingue locali, capiscono le dinamiche culturali e possono essere visti in maniera più favorevole in un periodo di intensa paura e diffidenza all’interno delle comunità colpite. Potrebbero curare i malati sia in ambienti medici che in casa. Addestrarli e impiegarli come caregiver, riflettono gli scienziati Usa, potrebbe anche dare loro una fonte di reddito in un contesto di povertà in aumento. Altro ruolo strategico: la possibilità di generare una risposta di comunità nelle località esposte al virus. I ricercatori affermano che “nelle epidemie le azioni avviate in comunità sono riconosciute come importanti per la salute pubblica e hanno già mostrato successo nel contesto africano. Ad esempio, la Treatment Action Campaign in Sudafrica ha generato un movimento sociale nazionale fra gli Hiv-positivi. Un movimento di sopravvissuti a Ebola potrebbe essere efficace, in termini di sostegno ed educazione, nella delicata impresa di contrastare lo stigma e costruire fiducia”.
Ebola: nelle vene dei “survivor” scorre sangue prezioso


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