Epifania, le origini della Befana: soprannomi, iconografia e curiose leggende sulla simpatica vecchietta

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BEFANA 2Spesso accade che le ricorrenze religiose si trasformano in fenomeni popolari, facendo fiorire miti e leggende. Una molto interessante parla dei Re Magi che, poco dopo la nascita di Gesù, partirono dall’Oriente, seguendo la stella cometa, diretti verso Betlemme, con i loro preziosi doni. La stella scomparve improvvisamente dal cielo e, sul punto di desistere all’impresa, i Magi chiesero indicazioni ad una vecchietta che mostrò loro la giusta direzione. Malgrado l’insistenza dei Re Magi affinchè l’anziana si unisse a loro, la donna si rifiutò di seguirli, ritornandosene nella sua abitazione.

 BEFANA 1In seguito, la vecchietta, pentitasi per non averli accompagnati, preparò un carico di dolci e leccornie, mettendosi in cerca dei Magi e di Gesù. Fu così che per ore e ore, si calò nei camini di ogni casa incontrata sul suo cammino, lasciando i dolci più deliziosi per i bimbi che vi abitavano, nella speranza di visitare un giorno anche Gesù, ma invano. Da allora, la leggenda vuole che ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, la vecchietta passi di casa in casa, portando dolci a tutti i fanciulli, sperando di farsi perdonare per non essere andata da Gesù con i Magi. L’iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Quasi sempre la si fa scendere da un camino e in quelle case dove il camino non c’è, si trova un altro espediente. La vecchina, dall’aspetto ributtante, pur dispensando doni, è sempre una strega e, nell’immaginario formatosi soprattutto nel Medioevo, la stregoneria è sempre stata associata all’idea di magia nera.

BEFANA 3In questo personaggio, quindi, convivono elementi positivi e negativi, anche se alla fine prevale l’azione generosa e benevola della consegna dei doni. Nell’antichità, la magia benefica era permessa ed auspicata, quella malefica, punita con la morte (321 d.C. decreto di Costanzo). Dal Nord verso il Sud, si passa da Frau Holle a Frau Berchta, in Germania, detta anche Perhetennacht, che volava anch’essa su un carro, seguita da streghe, anime di bimbi morti ed elfi, fino alla strega Posterli, in Svizzera e Zusheweil, nel Tirolo. Nelle zone alpine, queste figure, maligne ma non necessariamente temibili, si esorcizzano. accendendo grandi fuochi, facendo gran frastuono di voci e di campanacci.

BEFANA COPIl rito di bruciare la “vecia”, permette due considerazioni di tipo antropo-culturale:1) nella bruttezza della vecchietta è racchiuso tutto il negativo dell’anno trascorso, incapsulato in questa figura sacrificale che porta via tutto; 2) il fuoco su cui brucia e il vociare frastornante dei cori scacciano le presenze maligne ed evocano, al contempo, la luce solare di cui si auspica il rapido ritorno dopo il solstizio invernale. Scendendo dall’arco alpino, sempre più verso il sud, la mitica “vecia” assume il nome di Befana, storpiatura della parola Epifania e, a differenza delle “cugine nordiche”…, assume connotazioni prevalentemente benevole, incarnando l’archetipo della strega buona che, pur dotata dei poteri tipici di chi pratica la stregoneria, esercita la sua “arte” a fin di bene. Un elemento peculiare della vecchina cenciosa è il carbone, che vuole essere un castigo e un monito, avendo una funzione grossolanamente educativa per l’infanzia. Perché proprio il carbone? A prescindere dalle poche leggende che collocavano nell’Inferno l’abitazione della Befana e delle sue cugine nordiche; secondo alcuni studiosi esso simboleggerebbe l’energia presente nel ventre della Terra, il fuoco nascosto, pronto a rivivere, acceso al primo sole primaverile. Per questo, alcune popolazioni celtiche usavano scendere per le strade, allo scoccare della mezzanotte che inaugurava il nuovo anno, donandosi pezzi di carbone. Forse questa usanza proviene dai Celti ed è stata poi cristianizzata, usata in chiave strettamente morale.

BEFANA 4L’uso del carbone ha una forte connotazione simbolica: è l’immagine del peccato che annerisce l’anima o, comunque, la propria coscienza. Dalla quantità trovata nella calza, il fanciullo ricava la misura dei suoi comportamenti, stando al giudizio di chi è , o dovrebbe essere, preposto alla sua educazione. La vecchietta ha vari soprannomi: Donnazza (Cadore), Pifania(Comasco), Marantega (Venezia), Berola (Treviso), Vecia(Mantova), Mara (Piacenza), Anguana (Ampezzano) ecc. ; e spesso la sua fine è truculenta: nei piccoli centri della Toscana, Emilia Romagna, Ticino, viene prima portata in giro su un carro e poi bruciata in piazza; a Varallo Sesia è la Veggia Pasquetta (e “pasquetta” al posto di Epifania si usa anche a Genova, Legnano, Molise ecc. nel significato di “passaggio”) ed è raffigurata come un’ orribile vecchia che tiene in braccio un neonato: lei sarà arsa sul rogo ma prima consegnerà il bimbo, simbolo della sua Resurrezione. Nel mondo celtico e pagano, si credeva che nelle notti d’inverno delle figure femminili in grado di propiziare il raccolto volassero sui campi appena seminati. Secondo gli antichi Romani, era Diana, dea lunare della vegetazione, a guidare le fanciulle volanti. Per altri, invece, tale compito spettava alla divinità misteriosa di Satia, nome che deriva dal latino Satiaetas (sazietà), oppure Abùndia (dea dell’abbondanza). Senza ombra di dubbio, la Befana è un personaggio intramontabile, persino in quest’epoca caratterizzata dalla consapevolezza precoce di una società consumistica che anticipa la soddisfazione di alcuni desideri, prescindendo dalle esigenze della fantasia e vanificando, il più delle volte, qualsiasi approccio ad un’etica premiante.