Lavoro e cuore: un binomio spesso difficile da equilibrare; uno studio ha individuato le professioni che mettono più a rischio
Il lavoro fa male al cuore, o meglio, alcune tipologie di lavori tendono ad esporre maggiormente un soggetto a determinati rischi di patologie legate al cuore come malattie coronariche e ictus . I risultati di una recente analisi, riportati dalla rivista medica americana Jama, rivelano che negli Stati Uniti le categorie a maggior rischio delle persone sotto i 55 anni di età sono quelle impiegate nel settore dei servizi e i così detti ovvero gli operai. Lo studio ha analizzato i dati del National Health Interview Survey dal 2008 al 2012, in base ai quali è risultato che nel complesso il 2,8% degli adulti sotto i 55 anni hanno ha avuto una storia di malattia coronarica. In particolare la prevalenza è dell’1,9% tra gli impiegati, del 2,5% tra i disoccupati e del 6,3% tra coloro che sono fuori dalla forza lavoro.
Soffermandosi sulla prima categoria, ossia sui soggetti che hanno un’occupazione, è stato rilevato come di quell’1,9% ben il 53% era impiegato nel settore dei servizi, il 40% invece erano impiegati in fabbriche come operai, nella stessa fascia di età. Sono in particolare due i settori che presentavano il rischio più alto: quello dell’accoglienza e della ristorazione e quello dell’amministrazione, manutenzione, bonifica, gestione dei rifiuti. Sicuramente ciò che ci si chiede è come e perché questi lavorai, apparentemente “non stressanti” come chi lavoro nel settore della ristorazione e dell’accoglienza perché hanno a che fare con il contatto con il pubblico e dunque un l’ attività piacevole, o gli operai, il cui lavoro meccanico ed abitudinario senza troppe responsabilità (come quella del manager) , non sembra essere considerato così stressante.
Ebbene proprio questi tipologie di lavori sono risultati tali e dunque questi lavoratori più esposti di altri al rischio cardiovascolare. Sicuramente in questi campi lo stress è accumulato dal fattore turni, esposizione all’inquinamento, al rumore, al fumo passivo. Chi è occupato nella ristorazione e nell’accoglienza lavora più spesso su turni ed è più probabile che fumi, ulteriore fattore di rischio cardiovascolare. Coloro che lavorano nei servizi di gestione dei rifiuti e di bonifica hanno precarietà lavorativa, a sua volta fattore di stress. “Questi fattori”, spiegano gli autori, “possono avere sia effetti psicologici diretti sulla salute cardiovascolare sia effetti indiretti, influendo su fattori di rischio comportamentali come fumo e obesità”.
Il consiglio per i medici è quello di studiare a tavolino l’attività lavorativa da svolgere dal momento in cui al paziente è diagnosticato un problema di tipo cardiovascolare e dunque affinchè i piani di prevenzione e cura per la salute del cuore possano realizzarsi. Sicuramente il punto di vista medico è spesso fuorviato dal ruolo primario che danno alla salute nella scala di valori universali, sicuramente ad un livello più importante dell’attività lavorativa. In realtà sembra davvero irreale pensare che un individuo abbandoni l’attività lavorativa dove eccelle o grazie alla quale può svolgere una vita dignitosa solo perché imputato come fattore di stress. Di conseguenza, è opportuno che, di fronte all’impossibilità di rinunciare o di cambiare l’attività lavorativa sarebbe opportuno poter adottare abitudine e stili di vita che, tralasciando se si è un colletto bianco o un colletto blu, possano comunque prevenire il peggioramento della patologia già diagnosticata.


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