L’opera di contenimento deve basarsi sull’attività clinica, di prevenzione, e su un’adeguata campagna di informazione per i cittadini
“Tornero’ al lavoro la settimana prossima e, appena mi saro’ completamente ristabilito, la mia intenzione e’ quella di tornare in Sierra Leone”. Cosi’ Fabrizio Pulvirenti, il medico di Emergency infettatosi con il virus dell’Ebola e guarito dopo 39 giorni di ricovero allo “Spallanzani” di Roma, intervenendo a “Voci del mattino” su Radio1. “Certo, noi in prima linea siamo i piu’ esposti. Io avendo sviluppato e sconfitto la malattia, ho nel mio sistema immunitario una sorta di protezione, pero’ quando tornero’ in Africa mi vestiro’ come tutti gli altri, perche’ con questi agenti la prudenza non e’ mai troppa. Ebola e’ un virus silvestre, non appartiene gli uomini, pertanto e’ cosi virulento, perche’ il suo ‘ospite’, non e’ l’uomo ma i roditori, i pipistrelli. Lo si puo’ contenere – ha affermato Pulvirenti – ma abbatterlo del tutto e’ un traguardo molto difficile da raggiungere. L’opera di contenimento deve basarsi sull’attivita’ clinica, di prevenzione, e su un’adeguata campagna di informazione per i cittadini. La Sierra Leone e’ disseminata di murales, di manifesti, che ammoniscono la popolazione sulla presenza di Ebola. C’e’ una buona informazione ma questo e’ facile da realizzare nei grandi centri, piu’ difficile farlo nei centri rurali, dove tuttora si usano medicine tradizionali e si hanno procedure particolari per il lavaggio, per la sepoltura dei cadaveri, e dove si continua a consumare carne delle cosiddette volpi volanti, quei pipistrelli erbivori potenzialmente pericolosi”. “L’espansione della malattia in Occidente? Ne dubito – ha aggiunto – i casi delle persone infettate riguardano operatori sanitari, come il sottoscritto, che hanno lavorato sul luoghi, il terrore che possa arrivare attraverso i flussi migratori mi pare infondato e pretestuoso, che solletica istinti xenofobi: con gli immigrati non saremmo colpiti da Ebola. Ho vissuto in prima persona l’esperienza della malattia e posso affermare con certezza che quando si e’ colpiti dal virus si sta davvero molto male, condizione questa che impedisce assolutamente il compimento dei cosiddetti ‘viaggi della speranza’, che durano addirittura di piu’ del periodo di incubazione della malattia”, ha concluso Pulvirenti.


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