Pulvirenti adesso è immune, il suo plasma potrebbe essere quell’antidoto per combattere gli oltre 20 mila casi in Sierra Leone, e dichiara: “il mio dovere è di fare quante più donazioni possibili del mio sangue perché possa servire a curare altri pazienti”
Era il “paziente zero” italiano. Ha vissuto per oltre un mese in isolamento, da quando, quel 24 Novembre scorso, fu trasportato dalla sierra leone e si è trovato nel sistema di contenimento a bordo del boeing 767 dell’Aeronautica militare. Seguito e monitorato dall’equipe dell’Ospedale Spallanzani di Roma specializzato nelle malattie infettive. Così, dopo 33 giorno Fabrizio Pulvirenti, dirigente medico catanese e volontario di Emergency, che era partito per la Sierra Leone per curare e salvare vite colpiti dal mostro Ebola è guarito e ce l’ha fatta. Pulvirenti, recentemente intervistato da Panorama ha dichiarato che la sua passione per l’Africa e per le patologie tropicali sorse già ai tempi dell’università, quando si accostò agli studi di microbiologia e poi alle malattie infettive.
Pulvirenti, aveva già più volte ribadito quando ancora era in convalescenza, la sua intenzione di tornare in Sierra Leone, ora più che mai, poiché dopo aver sconfitto il virus si sente ancora più forte, immune a questa minaccia. Ha dichiarato che “il grande merito di Emergency sia stato ed è voler portare gli standard “occidentali” di cura e di gestione della malattia in quei paesi nei quali, per cultura o per difficoltà politiche o finanziare, non ci sono”. La sua guarigione, è fondamentale perché si sa che le persone che hanno contratto l’Ebola e sono state trattate con protocolli sperimentali internazionali sono diventate immuni. Ciò dunque ha fatto strada alla possibilità di poter contenere il virus in zone dove il contagio è ancora molto elevato. Pulvirenti, però in merito a ciò, ha dichiarato “dubito che in Africa si possa fronteggiare l’epidemia coi farmaci “sperimentali” non foss’altro per gli elevati costi.
Abbiamo compreso come il tempo sia un fattore determinante nel processo di guarigione; il tempo consente infatti al sistema immunitario di elaborare la risposta adeguata a contrastare l’infezione. Ecco perché la reidratazione, la “copertura” antibiotica per contrastare le eventuali sovrinfezioni batteriche e, laddove richiesto, la respirazione assistita o la dialisi, consentono di abbassare il tasso di mortalità a livelli mai raggiunti in precedenza. Si consideri che, mentre in Africa la mortalità per Ebola ha raggiunto e a volte superato il 70%, negli ospedali occidentali non ha superato il 20-22%. La sfida è proprio questa, equilibrare questa forbice che divide l’Africa dal resto del mondo”.
Sicuramente il fattore ebola, ha destato un’attenzione a livello internazionale, ma Pulvirenti ha tenuto a precisare che l’impegno a livello internazionale per l’emergenza Ebola in questi luoghi è ancora irrisorio, ha dichiarato” quello che ho potuto percepire è che, in larga misura, l’intervento in Guinea, Liberia e Sierra Leone è affidato al volontariato con limitati interventi governativi internazionali (per esempio l’INMI Spallanzani di Roma che ha realizzato un avanzato laboratorio di biologia molecolare nel nuovo ospedale di Emergency). Ciò che colpisce, però, è l’interesse della comunità internazionale quando un occidentale come me contrae l’infezione mentre passano in sordina le centinaia di morti nei paesi colpiti dall’epidemia. In altre parole Ebola diventa interessante quando l’occidente “evoluto” percepisce il rischio ma resta un problema africano in tutti gli altri casi”. Pulvirenti adesso è immune, il suo plasma infatti, come tutti gli altri oggetti sopravvissuti è considerato dall’ Organizzazione mondiale della Sanità il metodo più promettente perché ricco di anticorpi. Dunque come se fosse un antidoto, potrebbe essere impiegato per i futuri casi, tanto in Italia che nelle zone africane colpite dal virus, a tal proposito Pulvirenti ha dichiarato che “il plasma ottenuto dai pazienti convalescenti è il metodo di trattamento più vecchio per trattare le grandi febbri emorragiche africane (da virus Ebola, Marburg, Lassa) perché con l’infusione si danno al paziente anticorpi già formati. Naturalmente il limite di tale trattamento è la compatibilità del sistema AB0 e il rischio di reazione trasfusionale” ed ha aggiunto “il mio dovere è di fare quante più donazioni possibili del mio sangue perché possa servire a curare altri pazienti. Nel mio caso ho potuto godere di una catena di solidarietà internazionale che ha fatto arrivare il plasma da tutta Europa; ritengo (ma è una mia personale impressione) possa avvenire lo stesso per altri pazienti che necessiteranno di plasma da convalescente”. I casi conclamati in Sierra Leone sono ad oggi sono circa 20 mila e la popolazione è in stato di quarantena, lui, che lì c’ha vissuto accanto giorno dopo giorno può capire al meglio che tipo di aiuto è possibile dare a queste persone che vivono nel terrore ogni giorno , Pulvirenti ha dichiarato che “ per quanto riguarda il nostro Paese, nella Legge di Stabilità, è stata introdotta la possibilità per i volontari di ottenere l’aspettativa per ragioni umanitarie in tempi rapidissimi. Sfruttiamola e facciamo sentire la nostra solidarietà a chi muore nei fatti e non con discorsi infarciti di retorica!”. Ed infine , dinnanzi alla rivista Time che citandolo, lo ha definito personaggio dell’anno 2014 , e l’ex presidente della repubblica Napolitano l’ha menzionato tra gli italiani esemplari campioni di cultura e solidarietà , ha aggiunto “Non mi sento un eroe. Dai riconoscimenti che mi sono giunti, mi sento una grande responsabilità” ed ha concluso questo riconoscimento debba essere esteso a tutti coloro che sono e saranno in prima linea in Sierra Leone e negli altri Paesi flagellati da Ebola e che giornalmente rischiano la propria incolumità”.


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