Ricorre quest’anno il settantesimo anniversario dall’apertura, avvenuta il 27 gennaio 1945, dei cancelli di Auschwitz. Proprio in quella data, come noto, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono nella cittadina polacca di O?wi?cim, nota con il nome tedesco di Auschwitz. La scoperta del campo di concentramento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono per la prima volta, in modo completo, gli orrori del regime nazista. E’ con legge 211/20 luglio 2000 che “la Repubblica italiana ha riconosciuto il 27 gennaio come il “Giorno della Memoria” al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Shoah è un vocabolo ebraico che significa “catastrofe, distruzione”; un termine sempre più utilizzato per definire quel che accadde agli Ebrei d’Europa dalla metà degli anni Trenta al 45’; in particolar modo, nel quadriennio finale, caratterizzato dall’attuazione del progetto di sistematica uccisione dell’intera popolazione ebraica. Ricordarsi di quelle vittime serve a mantenere la memoria delle loro esistenze e del perché esse vennero troncate. La memoria di questo passato ci aiuta a costruire il futuro. Al di là di quel cancello, oltre la scritta “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi), apparve l’inferno ed il popolo vide da vicino quel che era successo, in tutta la sua realtà. Ad O?wi?cim funzionò la più sofisticata macchina tedesca, denominata “soluzione finale del problema ebraico”; una metropoli della morte composta da diversi campi, come Birkenau e Monowitz, estesa per chilometri.
La Shoah è il frutto di un progetto di eliminazione di massa senza precedenti, né paralleli. E’ gennaio 1942 quando la Conferenza di Wansee approva il piano di “soluzione finale” del problema ebraico, che prevede l’estinzione di questo popolo dalla faccia della terra.
Lo sterminio non ha una motivazione territoriale, non è determinato da ragioni espansionistiche o da una, seppur deviata, strategia politica. Esso è deciso sulla base del fatto che il popolo ebraico non merita di vivere; è una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo “Juden frei” , “ripulito” dagli Ebrei. Pur non esistendo una gerarchia del dolore, è vero che mai, nella storia, si è visto progettare, con totale freddezza e determinazione, lo sterminio di un popolo.
L’uomo, varcati i cancelli dell’orrore, è assimilato ad un manufatto: nelle menti degli aguzzini, la deportazione è come il trasporto della merce; l’internamento è il trattamento del prodotto per spremerne la forza lavoro sino alla consunzione e alla morte, inferta con lo Zyklon B, un composto a base di cianuro prodotto dalla IG Farben, colosso dell’industria tedesca specializzato in antiparassitari. Sempre per la logica industriale, quei corpi che occupavano troppo spazio andavano inceneriti nei forni crematori, fabbricati dalla ditta Topf di Wiesbaden che, dopo la guerra, ha continuato ad operare. Donne, bimbi, uomini, varcando la soglia del campo, sono stati privati di abiti, scarpe, cappelli, catenine, denti d’oro, protesi agli arti (per questi ultimi, inabili al lavoro, il destino era quello di essere condotti nelle “stanze della morte”).
Gli internati venivano privati del nome, con un unico identificativo: il numero di matricola inciso sulla carne. Ecco che, la privazione della propria identità, unita alla progressiva perdita del proprio corpo, finiva col ridurli in “fantasmi di ossa barcollanti” e le guardie, accertata la loro incapacità lavorativa, conducevano i prigionieri nelle camere a gas, dove anche la morte era lenta, nel patimento dell’asfissia. Ad Auschwitz tutto è da brividi: il filo spinato che corre intorno alla recinzione, interrotta da una rampa abbandonata dove si intravede uno spettrale binario ferroviario che porta all’interno, desolato, del terrificante lager. Qui solo la neve sembra, col suo candore, ammantare il dolore di chi vi è entrato mentre si ascolta, in lontananza, il rumore, ancora assordante, del cancello che si spalanca e si sente l’odore agrodolce della carne umana quando brucia, l’agonia, la morte, il grigio delle canne fumarie.
I numeri dell’Olocausto lo hanno reso il genocidio più efferato e tristemente famoso del 900. Ma, considerando valida la definizione stabilita dall’ONU, secondo cui si considerano genocidi “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale e religioso”, è forse giusto che nel Giorno della Memoria, accanto alle vittime della follia nazista, vengano ricordate anche le vittime di altri genocidi “dimenticati”, tra cui quelle del genocidio armeno, il primo del 900’. Tra il 1915 e il 1916, il governo turco condusse una campagna di eliminazione sistematica della minoranza armena, già perseguitata, tra il 1895 e il 1897, dal sultano Abdul Hamid II, considerata nemica di religione oltre che alleata della Russia contro l’impero ottomano.
Solo in quell’occasione, definita “primo genocidio armeno”, nei pogrom furono uccise più di 200 mila persone. Come non ricordare la carestia, ideata e realizzata dal regime comunista di Stalin nei primi anni Trenta per indebolire l’Ucraina e la sua tradizione di aziende agricole private?La gente, dopo svariati provvedimenti volti ad “infliggere la morte per fame” (dal russo moryty holodom), cominciò a morire in massa e morirono di fame, in tutto, tra i 7 e i 10 milioni di persone. L’holodomor è stato riconosciuto come crimine contro l’umanità dal Parlamento Europeo solo nel 2008. Come non ricordare la guerra civile nigeriana, nota anche come guerra del Biafra, che ebbe luogo fra il 6 luglio 1967 e il 13 gennaio del 1970, in seguito al tentativo di di secessione delle province sudorientali della Nigeria di etnia Igbo (o Ibo), autoproclamatesi Repubblica del Biafra? Si stima che circa 3 milioni di persone siano morte nel conflitto, principalmente per la fame e le malattie.
La storia del Ruanda, invece, è segnata, in modo inequivocabile, dal genocidio del 1994, che vide accanirsi le milizie locali e le bande di etnia hutu contro la minoranza tutsi, uno scontro esploso a seguito delle tensioni accumulatesi negli anni. Fu l’inizio del genocidio, più di un milione di persone, soprattutto di etnia tutsi, ma anche hutu sospettati di aiutare i ‘nemici’ , vennero trucidate con armi rudimentali e machete. Nel Giorno della Memoria non si può non menzionare il massacro di Srebrenica, inserito nel quadro della guerra in Bosnia (1992-1995), che causò in totale più di 250.000 morti: i dirigenti comunisti serbi nel corso del conflitto si resero colpevoli di pulizia etnica nei confronti dei musulmani bosniaci. Il massacro di Srebrenica è considerato uno degli stermini di massa più sanguinosi avvenuti in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ma perché ricordare? Perché la memoria è la sorgente dell’identità di una persona e di un popolo, l’unica cosa che, a detta di Foscolo, non può essere strappata all’Italia (così ne “I sepolcri”). Perché conoscere il passato è un atto morale, nel senso che la stessa ignoranza è colpevole, come affermò Traudl Junge, divenuta segretaria di Hitler a soli 22 anni, nel 1942. Finita la guerra, scoprì che la sua coetanea, Sophie Scholl, aveva dato la sua vita per diffondere la verità dello sterminio, mentre lei era rimasta ignara di tutto. Allora la Junge scrisse: “Il fatto che fossimo giovani non ci giustifica dal non aver saputo”. Perché ricordare? Perché, come il grande Cesare Pavese scrive nel “Mestiere di vivere”, <<Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla, ora soltanto, per la prima volta>>.


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