Disastro Germanwings, le FOTO dal luogo della tragedia a Seyne-les-Alpes: “amava queste montagne”

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L’inviata dell’ANSA Rosanna Pugliese racconta le testimonianze da Montabaur, il paese di Andreas Lubitz schiantatosi con l’aereo che trasportava altre 149 persone proprio sulle Alpi francesi

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Quelle montagne avevano un significato speciale per Andreas: le Alpi francesi erano la sua grande passione, e le aveva sorvolate su un aereo ultraleggero, assieme al gruppo di volo di Montabaur, qualche anno fa. Il dettaglio, in uno delle testimonianze raccolte nella cittadina d’origine del copilota di Germanwings, rivela la forza che avra’ avuto quel luogo nel suggestionare un giovane, probabilmente in lotta con l’incubo della depressione, quando ha deciso di farla finita portandosi via con se’ altre 149 persone. “Si sara’ sentito perso, avra’ avuto paura di perdere il lavoro, si sara’ visto lassu’ ancora una volta, dove voleva stare…”.

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Thomas e’ un oratore funebre di professione, sgrana gli occhi quando parla, dice che ognuno ha un lato oscuro, e rilegge il disastro aereo provocato dal copilota della compagnia tedesca cosi’. Delle Alpi ha invece un ricordo nitido Dieter Wagner, che all’ANSA racconta: “Anni fa andammo tutti insieme proprio da quelle parti. Andreas, che era amico di mia nipote e volava spesso insieme a lei, amava tremendamente le Alpi francesi. Volammo proprio a qualche chilometro da dove e’ precipitato l’aereo“. Sono i luoghi intorno a Sisteron, dove le correnti ascensionali favoriscono il volo degli alianti, facendone un posto ideale per gli appassionati. “Non ho mai notato nulla di strano in lui. Era un ragazzo assolutamente normale”, e’ la risposta quando si citano le rivelazioni della procura sulla depressione e i certificati medici tenuti nascosti. A pochi passi, Ernst Mueller, altro socio della Westerwald LSC, mostra un ultraleggero biposto bianco scintillante, dalle lunghe ali, tenuto come un gioiellino: “Su un aereocome questo, se non proprio su questo, ha imparato a volare. Questo modello ha un posto a sedere per l’insegnante. Poi si va liberi”. Si puo’ volare a partire dai 14 anni e si attraversano i vari livelli, A-B-C, fino ad ottenere una licenza. “Anche piloti Lufthansa insegnano qui”. Ma il capitano Markus Sode, della compagnia di bandiera tedesca, raggiunto a 30 km da qui, rifiuta di parlare. Il ritratto del bravo ragazzo, che nessuno riesce a ritenere davvero un serial killer, esce fuori anche oggi fra le strade della cittadina che lo ha visto crescere, da quei pochissimi che sono disposti a parlarne. In chiesa, dove la madre suona come organista, il pastore di Saint Paulus, Johannes Seemann, non si sbilancia, e la moglie sottolinea che e’ “tenuto al silenzio professionale”. Il ginnasio che ha frequentato Andreas Lubitz, oggi e’ chiuso, per le ferie pasquali. Nella sua palestra ‘Fit up’, ti accolgono all’ingresso e con gentilezza, affermando risoluti che “nessuno puo’ ne’ vuole parlare di quello che e’ successo. E i giornalisti sono pregati di andare via”, e’ l’aggiunta con una mano che si alza a indicare la porta. In una gelateria italiana, Simona Nardelli, una pugliese originaria di Manduria, da 25 anni a Montabaur, e’ la prima a sbilanciarsi: “Veniva qui spesso da noi con altri ragazzi. Lo definirei come un ragazzo piuttosto schivo”. Simona lavorava un tempo nella fabbrica di vetro e mattonelle, ritenute un prodotto tipico della zona, che oggi si chiama ‘Westfalia’, e aveva incrociato sul suo percorso il padre di Andreas: “Lui era un dirigente dell’azienda, ora e’ in pensione”. La famiglia agiata che vive nella bella casa cui si accede da una strada chiamata am Wassergrabe, in una zona nota come ‘Spiessweiher’, viene protetta dal vicinato. Nessuno parla volentieri con i molti giornalisti della stampa internazionale. Molte porte restano chiuse, tante critiche ai media se si prova col citofono, e alla fine solo Johannes, un giovane dall’occhio bendato, si concede alle interviste. “Conoscevo la famiglia solo di vista perche’ abito proprio accanto. Incontravo spesso Andreas e mi e’ sempre sembrato un ragazzo normale, nessuno ha mai parlato nel quartiere di problemi come quelli che emergono in queste ore”. Aggiunge che Lubitz aveva uno stile di vita sano: “Non l’ho mai visto fumare, lo incontravo quando andava a fare jogging, e ci salutavamo quando portavo a spasso il cane”. Se aveva una ragazza? “Forse in passato ricordo di averlo visto con qualcuna, ma non so se ci stava ancora”. L’ossessione che si legge negli occhi di tante persone dallo sguardo contrito, anche nelle birrerie del paese, in cui in serata i locali si fermano a chiacchierare, viene rivelata ancora una volta dall’italiana: “Chiunque incontri ti dice che la famiglia di in questo momento va protetta, tutelata. Tutti si chiedono di quei poveri genitori”. Travolti da una tragedia incommensurabile.