Disastro Germanwings: Lubitz un paranoico, non un depresso

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Gli psichiatri concordano: indizi di delirio. E avvertono: pericoloso confondere i termini

LaPresse/Reuters
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Depressione, burnout: parole che rimbalzano da una notizia all’altra, nel tentativo di spiegare perche’ Andreas Lubitz abbia diretto il suo aereo contro le Alpi francesi in una mattina di marzo. Parole usate spesso in modo vago e approssimativo dai media, ma che ormai sono entrate nella “vulgata” che circonda questo episodio, nonostante diversi specialisti abbiano spiegato che la realta’ e’ un’altra e che con questi termini (e con queste malattie) non sarebbe il caso di scherzare. Insomma, il co-pilota dell’Airbus 320 della Germanwings non era probabilmente depresso ne’ soffriva di disturbi come la sindrome di burnout (un senso di inadeguatezza nel gestire adeguatamente situazioni di stress) hanno sostenuto in modo compatto e unanime tutti gli psichiatri consultati in questi giorni. Piu’ probabilmente il comportamento del giovane pilota tedesco e’ da attribuire a forma di paranoia o delirio. E non e’ solo un tecnicismo. Puo’ essere stata la depressione a indurre Lubitz a compiere un gesto simile? “Non mi sembra possibile” e’ il commento categorico di Eugenio Borgna. “Sicuramente – spiega lo psichiatra – siamo in presenza di uno sconvolgimento psichico che sconfina in una forma di delirio, nel quale ogni legame con la realta’ e’ rescisso. Oppure si puo’ pensare a un’esperienza di profonda umiliazione, che si traduce in una forma di ritorsione contro il mondo, con il quale ci si sente in conflitto” e dal quale Andreas “non si sentiva compreso”. Motivo piu’ che sufficiente per sacrificare la propria vita e quella di altre persone considerate in qualche modo colpevoli. Un’altra ipotesi puo’ essere la paranoia, che ci fa percepire il mondo “come un’entita’ da cui ci sentiamo aggrediti”. In ogni caso “in tutte queste ipotesi c’e’ piu’ verita’ psichiatrica che in quella della depressione”. Tra l’altro, avverte Borgna, sostenere la tesi della depressione “puo’ gettare nel panico le famiglie che vivono accanto a una persona affetta” da questa malattia. Parla di “lucida follia” Emilio Sacchetti, ordinario di Psichiatria all’Universita’ di Brescia e presidente della Societa’ italiana di psichiatria. “La depressione vera e’ una malattia difficile da celare. E nel caso sia stata diagnosticata in passato e’ presumibile che sia stata curata. Se invece non fosse stata curata e fosse stata davvero depressione e’ difficile che nessuno se ne sia accorto”. In un caso come quello descritto “il comportamento non sembra essere tipico di un depresso, che probabilmente non sarebbe nemmeno riuscito ad andare a lavorare, ma piuttosto quello di un individuo in uno stato di lucida follia”. In ogni caso, meglio essere cauti – e’ l’invito anche di Sacchetti -: “Ogni volta che per un fatto di cronaca tragico viene evocata la psichiatria aumenta in modo tragico lo stigma verso la malattia mentale. Chi soffre di una qualsiasi patologia di pertinenza psichiatrica viene etichettato come un mostro pericoloso. E questo oltre a essere insensato e ingiusto non fa che aumentare i problemi”. Ferdinando Pellegrino, esperto di suicidio e burnout, esclude che si tratti di una di queste patologie: “Semmai tale assurdo atto sarebbe piu’ compatibile con un problema di ‘paranoia’ o disturbo delirante” sostiene. In caso di disturbi di questo tipo, “chi si suicida o commette omicidi lo fa sotto la spinta di convinzioni deliranti, ad esempio mi sento il ‘padrone del mondo’, oppure ‘mi stanno perseguitando'”. Anche per Giovanni Battista Cassano, psichiatra, professore emerito all’Universita’ di Pisa, concorda: “Si puo’ riflettere su quel che sappiamo. E da alcuni elementi, come il fatto che il pilota abbia chiuso la porta, potrebbe sembrare un’azione premeditata. Questo indicherebbe allora, piu’ che una depressione, un pensiero paranoide”. Parla di “suicidio premeditato” anche Claudio Mencacci (ex presidente Societa’ italiana di psichiatria). “Si entra in una sorta di tunnel dove la morte e’ l’unico pensiero di fuga” e tutto il resto scompare, compreso il senso di responsabilita’ per la vita degli altri, anche questo pensiero “e’ annullato dalla determinazione di morire per uscire dal tunnel”.