Il Manifesto dei Cosmonisti: recensione di Roberto Guerra

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foto_copertina_manifestocosmonistiLa fantascienza si è certamente trasformata con l’avvento dell’era informatica di massa, PC, note book, Web, telefonini, smartphone, ebook, robot badanti o maggiordomi imminenti dopo quelli industriali. Cosi narrano i futuribili e captando certo divenire Reale. Tuttavia, a ben vedere, la science fiction intesa come letteratura d’ anticipazione, almeno negli scrittori più creativi, forse è proprio la sua grande novità conoscitiva, destinata spesso a debordare dall’Immaginario al Reale stesso: lo stesso pioniere futuribile Robert Jungk evidenziava esplicitamente la fantascienza (quel che oggi possiamo chiamare Immaginario tecnologico oltre la science fiction stessa, qualsiasi forma d’arte avveniristica, la musica elettronica ad esempio) come necessaria e complementare per – all’epoca- nascente scienza o arte della previsione sociale o futurologia “scientifica”.

Il caso di un certo Philip K. Dick, precursore di Internet e della Matrice senziente (anticipazione della cosiddetta Singolarità di Raymond Kurzweil) è eloquente. Ebbene, oggi, l’ex caso letterario svedese di Mikael Niemi ( con Musica Rock da Vittula), approdato alla fantascienza con Il Manifesto dei Cosmonisti (Iperborea) testimonia tale dinamica, forse l’erede più diretto del grande maestro che ispirò Blade Runner. Non ultimo, proveniente dalla letteratura non specializzata, Mikael Niemi, prova una volta per tutte la fantascienza come letteratura di Serie A: è tutto un mix perpetuo tra futurismo, surrealismo, realismo visionario proiettato nel futuribile quotidiano possibile, quando gli umani finalmente colonizzeranno almeno il Sistema Solare e oltre : e lavorarci quasi routine quotidiana almeno. Alla fine nulla di nuovo sotto l’universo, anzi persino universi paralleli, come in una delle puntate racconti di questo fantastico e letterale romanzo senza fili, wireless. Tutto un sequel apparentemente disarticolato, pure fortemente ancorato al racconto manifesto dei cosmonisti, password della trama: manifesto di un futurumanesimo prossimo venturo, indizio in ogni caso del destino progressista degli umani: nessun Eden all’orizzonte, come nelle visioni neociniche e diversamente nichiliste di di Dick, ma sempre una accelerazione al passo con il Tempo dell’universo, dagli umani quasi impercettibilmente percepita, eppure la velocità del Tutto! Come in un famoso Bar di Guerre Stellari di G. Lucas, centrale anche, tra un racconto e l’altro, un Cosmo Bar quasi progettato dai neuroni colorati di un Bosch o Arcimboldo: l’alieno come extra-terrestre per comprendere con il microscopio del futuro il bene e il male cosiddetti della società galattica interetnica. Gli umani stessi coloni e i cosmonisti come metafora delle orride multiplanetarie per un diverso impero asimoviano, eppure fondamentali per la sopravvivenza e l’economia spaziale, anche per la Terra, prima o poi mero quasi mito Atlantide per i pronipoti dei pianeti colonizzati. Perché la migliore fantascienza, come questa di Niemi canta l’evoluzione non solo memetica: perché lo iato attuale, apparentemente letale o apocalittico, tra mondo nuovo potenzialmente creato dalla Tecnoscienza e stato delle cose sulla Terra anche negli ex mitici anni duemila, deriva anche dall”assenza di un nuovo Mito dopo la scienza realmente condiviso, solo schegge frammenti che – come in un ciclotrone perverso- si spezzettano o autoannichiliscono nell’impatto con la vecchia mitologia. Il Regno della Scienza di Monod o Teihlard de Chardin o Einstein memoria, tra scientismo e nuova religione scientifica, la auspicabile società ormai Pianeta della Consocenza… ha bisogno e sogno dell’Arte come Immaginario tecnologico vincente e in primo piano per venire alla luce?

 Roberto Guerra