Medicina: un mini-dispositivo tascabile a ultrasuoni per diagnosticare le malattie del fegato

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Sempre più piccoli, portatili, comodi e precisi

I device diagnostici somigliano davvero a degli smartphone. L’ultimo nato, presentato oggi all’Easl 2015 di Vienna da un team di ricercatori italiani, è un mini-dispositivo a ultrasuoni, grande come un telefonino – dunque entra comodamente nella tasca di un camice – e si è rivelato in grado di diagnosticare tutta una serie di malattie di fegato, oltre alla presenza di calcoli renali e biliari, splenomegalia, patologie addominali e aneurisma dell’aorta. La ricerca – firmata da Giovanni Casazza dell’Università di Milano, insieme a colleghi di una serie di strutture fra cui l’Ospedale Maggiore-Policlinico di Milano, il Manzoni di Lecco, il Macchi di Varese, il Niguarda di Milano e il San Matteo di Pavia – mostra l’utilità di questo device, pensato per assistere i medici e consentire loro diagnosi più accurate. Evitando, oltretutto, il ricorso ad ulteriori esami, più costosi e magari invasivi. E accelerando i tempi della diagnosi. Il dispositivo è stato testato su 1.962 pazienti, alcuni con patologie epatiche, altri ‘arruolati’ dai medici di famiglia, altri ancora ricoverati in ospedale. Ebbene, secondo gli studiosi questo tipo di device tascabile offre delle performance comparabili a quelle di un esame a ultrasuoni standard. Dunque, stando ai ricercatori, aggiungere questo tipo di controllo al ‘classico’ esame fisico potrebbe ridurre la necessità, in molti casi, di ulteriori test diagnostici. I dati presentati al Congresso internazionale sul fegato, infatti, mostrano che dopo l’esame col device analisi ulterori sono servite solo nel 35% dei casi. Mentre nell’89% dei casi questi controlli aggiuntivi sono arrivati alle stesse conclusioni del piccolo dispositivo. Secondo i ricercatori, dunque, dopo un rapido e semplice programma di formazione, questo tipo di esame con un device portatile può essere aggiunto al controllo fisico dei pazienti ricoverati e non, per aiutare i medici a rispondere ad almeno 10 comuni dubbi di tipo clinico. Riducendo così la necessità di ricorrere a successivi esami.