Salute: perdere peso e fare sport aiuta chi ha il fegato malato

MeteoWeb

La ricerca mostra che l’effetto del dimagrimento indotto da cambiamenti nello stile di vita è fortemente legato a una serie di importanti miglioramenti istologici

Ridurre le porzioni, optare per cibi meno calorici e rispolverare tuta e scarpe da ginnastica aiuta anche chi soffre di problemi al fegato. E’ quanto emerge da uno studio firmato da ricercatori del National Institute of Gastroenterology dell’Havana, a Cuba, e dai colleghi spagnoli del Valme University Hospital di Siviglia e del Valencia University Hospital. Il lavoro è stato presentato all’Easl 2015 in corso a Vienna, il congresso internazionale sul fegato. Lo studio è stato condotto su 293 pazienti con steatoepatite non alcolica. La ricerca, sottolineano gli autori, mostra che l’effetto del dimagrimento indotto da cambiamenti nello stile di vita è fortemente legato a una serie di importanti miglioramenti istologici. In particolare, perdere più del 7% del proprio peso sulla bilancia già si traduce in una cascata di effetti positivi, ma per indurre una risoluzione della steatopatite e un miglioramento nella fibrosi occorre superare il 10%. Nella ricerca i pazienti sono stati sottoposti a una dieta ipocalorica e povera di grassi e a un regime di attività fisica per 52 settimane. I risultati ottenuti sono stati valutati anche attraverso una biopsia. Ebbene, “l’intensità della perdita di peso indotta dal nuovo stile di vita è fortemente associata al grado di miglioramento a livello istologico” dei pazienti, concludono gli autori. Un elemento importante, anche dal momento che, sempre a Vienna, è stato illustrato un lavoro sui rischi che incombono sui malati di steatoepatite non alcolica. Nello studio, durato 14 anni e condotto su una coorte di almeno 1 milione di persone in Gran Bretagna, si è scoperto che le chance di morire per una steatoepatite non alcolica sono del 50% più alte rispetto a quelle che hanno le persone afflitte da ‘fegato grasso’. “Il fegato grasso non alcolico è un fattore di rischio conosciuto di malattia cardiovascolare. Ma i nostri risultati – dice Jake Mann dell’University of Cambridge – suggeriscono che la steatoepatite rappresenti un pericolo ancora più grande”. Anche alla luce di questi risultati “è imperativo – conclude Laurent Castera, vice-segretario Easl – identificare le persone” con queste patologie “precocemente, per trattarle con interventi su dieta e stile di vita, prima che la loro condizione diventi potenzialmente mortale”.