I nuovi dati fanno pensare che il virus riesca a sopravvivere e riprodursi in distretti del corpo dove la risposta immunitaria è meno forte
“Un caso che sorprende e che servirà a capire di più l’ebola”. Per Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, sarà utile alla ricerca il caso del medico statunitense Ian Crozier, volontario in Sierra Leone, guarito dall’infezione ma che ha ‘conservato’ il virus nell’occhio e la cui iride ha cambiato colore a causa del virus. “Fino ad oggi – ha spiegato Rezza all’Adnkronos Salute – abbiamo avuto pochi dati sui meccanismi di Ebola perché erano poche le persone guarite che potevano essere seguite nel tempo. Oggi ci sono occidentali, medici e operatori, di cui sappiamo molto di più. Eravamo portati a pensare, vista la gravità dei sintomi della malattia, che il virus sparisse nelle persone guarite. Ci sono infatti virus a lunga latenza ma che non hanno un decorso così drammatico come quello di Ebola. Ora stiamo vedendo che il patogeno si ‘conserva’ in alcuni ‘santuari’ del corpo. Stiamo scoprendo che nel liquido seminale sopravvive anche oltre i 100 giorni. E ora scopriamo che si conserva anche nell’occhio, nell’umor acqueo”. I nuovi dati fanno pensare che “il virus riesca a sopravvivere e riprodursi in distretti del corpo dove la risposta immunitaria è meno forte. Ovviamente su grandi numeri le eccezioni sono sempre possibili, quindi non dobbiamo trarre conclusioni affrettate. Ma ora, comunque, siamo ancora più convinti che le persone guarite devono essere controllate nel tempo . E i loro occhi non vanno trascurati”, conclude Rezza.


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