Farmaci: il 50% dei malati di diabete dovrebbe cambiare cure, ma non lo fa

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“Rispetto al passato l’armamentario terapeutico per la cura del diabete si è molto arricchito”

Valori al di fuori del target terapeutico, effetti collaterali indesiderati, comparsa di nuovi sintomi. Ecco perché quasi metà dei malati di diabete – circa 3 milioni in Italia – dovrebbe cambiare terapia, ma il medico aspetta in media 2 anni prima di intervenire. Della ‘inerzia’ clinica hanno parlato gli esperti a un simposio organizzato in occasione del ventesimo Congresso nazionale dell’Associazione medici diabetologi (Amd), in corso a Genova, da cui è emerso che con nuovi farmaci, che riducono la complessità del trattamento per il paziente e aumentano la semplicità di gestione per il medico, si potrebbe ridurre il fenomeno. “Può succedere ad esempio che l’emoglobina glicata vada su valori fuori controllo, ma il medico preferisca attendere – ha spiegato Antonio Ceriello, presidente dell’Amd – In altri casi il paziente è sotto controllo, ma ci sarebbero indicazioni comunque per un regime terapeutico più appropriato. Possono passare anche due anni prima che si cambi trattamento, con effetti pesanti sul decorso della malattia, quali aumento del rischio di complicanze croniche od anche acute, in particolare quelle legate alla ipoglicemia”.

DIABETE COPERTINA - CopiaSecondo dati internazionali, confermati anche dall’esperienza italiana, il fenomeno può riguardare quasi metà dei pazienti. “Noi medici abbiamo ovviamente una grande responsabilità nel fenomeno – continua Ceriello – ma anche la diminuita frequenza delle visite e il tempo sempre minore a disposizione non sono da sottovalutare tra le cause”. Un aiuto ai medici potrebbe venire da una classe di farmaci, i GLP1-RA a somministrazione settimanale, che riduce le iniezioni da una o più al giorno a una sola a settimana, aumentando così presumibilmente l’aderenza alle terapie, che secondo diversi studi non vengono seguite correttamente da almeno un quarto dei pazienti. “Rispetto al passato – commenta Enzo Bonora, presidente della Sid – l’armamentario terapeutico per la cura del diabete si è molto arricchito: in 30 anni si è passati da 2 classi di farmaci orali e 5 tipi di insulina a 7 classi di farmaci orali, alcune con molteplici principi attivi, una classe di farmaci iniettabili diversi dall’insulina con 3 principi attivi disponibili e una dozzina di formulazioni di insulina. Questo potrebbe tradursi in una meticolosa ricerca della cura più appropriata per il singolo paziente”. “Nei fatti questo avviene solo di rado – conclude – perché il medico si trova a dover lottare non solo contro il diabete ma anche contro il tempo, limitatissimo, che ha a disposizione e che gli servirebbe per poter cambiare al meglio lo schema terapeutico inefficace, valutando in dettaglio la situazione clinica, ponderando le scelte e condividendole con il paziente, introducendo quest’ultimo alla novità e istruendolo su ciò che essa comporta”.