Il farmaco non favorirebbe l’insorgere di disturbi e patologie cardiache, è emerso infatti nessun aumento del rischio di ricovero per scompenso cardiaco fra le persone in cura con gli inibitori del Dpp-4, e una mortalità ridotta del 6% proprio tra questi ultimi
I farmaci anti-diabete della famiglia degli inibitori dell’enzima Dpp-4 non favoriscono lo sviluppo di scompenso cardiaco. Ad assolverli dall’accusa è uno studio del gruppo guidato da Carlo B. Giorda, direttore dell’Unità diabete e malattie metaboliche dell’Asl 5 di Torino e past president dell’Associazione medici diabetologi. Il lavoro è pubblicato su ‘BmjOpen’, versione open access del ‘British Medical Journal’. Già 18 mesi fa, con un’analisi condotta sulla banca dati del Servizio sanitario della Regione Piemonte, Giorda e colleghi avevano smentito l’ipotesi che un’altra classe di antidiabetici – le incretine – infiammassero il pancreas causando pancreatiti. Ora la nuova ricerca sugli anti Dpp-4. Il sospetto di un loro possibile effetto negativo sul cuore “nasce con lo studio Savor Timi-53, che riportava un aumento significativo del rischio di ricovero per scompenso cardiaco in persone con diabete in cura con questa classe di farmaci. Sospetto avallato anche da altri studi minori”, ricorda Giorda. L’esperto e la sua équipe hanno quindi esaminato la banca dati di circa 280 mila persone assistite dal servizio sanitario piemontese, in cura con farmaci anti-diabete. “E’ importante notare – sottolinea Giorda – che la popolazione analizzata è rappresentativa della persona con diabete europea e che si tratta di un campione non selezionato. In altre parole, abbiamo valutato che cosa accade esattamente nella vita reale e non in un ambito sperimentale, come è quello dello studio Savor”. Incrociando e analizzando i dati sono emersi 2 risultati: nessun aumento del rischio di ricovero per scompenso cardiaco fra le persone in cura con gli inibitori del Dpp-4, e una mortalità ridotta del 6% proprio tra questi ultimi. “Questo dato, quantunque significativo – precisa il diabetologo – deve comunque essere preso con cautela e necessita di ulteriori approfondimenti”. “Lo studio del gruppo di Giorda è un risultato importante, testimone dell’impegno della diabetologia italiana nella ricerca clinica – commenta Nicoletta Musacchio, presidente Amd – Si tratta di un lato forse meno noto al grande pubblico, ma non meno affascinante, della ricerca, che ha l’obiettivo di dare risposte rapide ai bisogni reali delle persone con diabete. In questo settore Amd e i diabetologi che operano nei centri di diabetologia del nostro servizio sanitario sono particolarmente attivi e i loro sforzi, come dimostra questa pubblicazione, sono ampiamente riconosciuti a livello nazionale e internazionale”. Il progetto che ha dato origine alla pubblicazione – evidenzia una nota -aveva fruttato nel 2014 ad Annalisa Alessiato una delle 3 Borse di studio 5×1000 istituite annualmente dall’Amd attraverso la Fondazione Amd di ricerca.


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