Terremoto in Nepal: “Un paese in ginocchio con tanta voglia di ricominciare”

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In quelle situazioni si cerca di fare il possibile. Lo hanno fatto tutti insieme, operatori e pazienti in una collaborazione continua anche con le altre organizzazioni presenti

“E’ un paese in ginocchio ma con tanta voglia di ricominciare”. Rispondono all’unisono le quattro crocerossine appena rientrate dalla missione, durata più di un mese, in Nepal. Hanno dormito nelle tende, per terra, fianco a fianco con i pazienti, lavorando fino a 14-16 ore al giorno, eppure non sono stanche. “Abbiamo cominciato a operare a Katmandu e poi a Bidur, nel distretto di Nuwakot dove siamo rimaste per tutto il tempo”. Così comincia il suo racconto sorella Mariangela Zarini, la capogruppo di questo team di crocerossine che ha prestato soccorso nel luogo dell’epicentro della seconda forte scossa di terremoto del 12 maggio scorso. Lì nel luogo in cui la Protezione Civile Italiana ha allestito un ospedale da campo per le emergenze e le degenze, proprio accanto al vecchio nosocomio, compromesso dal terremoto, ma per fortuna in buona parte ancora agibile in cui è rimasta la sala operatoria e il reparto maternità.

LaPresse/Xinhua
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“Nel periodo in cui siamo rimaste a Bidur – sottolinea sorella Renata Dalzini – sono nati circa 150 bambini. Io, in quanto ginecologa, sono intervenuta a ogni parto con una media di circa 5-6 neonati al giorno. Non è stato facile intervenire in quelle condizioni, ma ce l’abbiamo fatta. La cosa che più mi ha stupito è la dinamica del parto in Nepal. La nascita è condivisa da tutte le donne della famiglia, si accarezza la partoriente, si rimane lì durante tutta la fase del travaglio. Al momento del parto spariscono tutti e una volta nato, il bimbo viene dato alla nonna e poi al papà che esce al sole per illuminare la nuova vita”. “Appena arrivate – spiega ancora Dalzini – abbiamo trovato una situazione tragica. Adesso è in notevole ripresa. Poi a bordo della clinica mobile che avevamo a disposizione siamo riuscite a raggiungere i villaggi più isolati. La paura ora è per l’arrivo dei monsoni”. Nell’ospedale da campo con 38 posti letto, più i 12 nella zona maternità, in un mese e mezzo si sono avvicendate tantissime persone. “Ci siamo occupate di tanti casi di bambini feriti – afferma sorella Angela Luparia, la più giovane del gruppo – con abrasioni e fratture. La storia a cui penso ancora riguarda una bambina arrivata nel campo con una grave insufficienza respiratoria. Non c’era modo d’intervenire con urgenza. Al campo mancavano la terapia intensiva e la rianimazione e l’ospedale in cui operare distava almeno 2 ore e mezzo. Io spero che ce l’abbia fatta. Con i mezzi che avevamo, siamo riuscite a stabilizzarla. I suoi genitori erano accanto a noi e ce l’abbiamo messa tutta”.

LaPresse/Reuters
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“Per me -continua l’Infermiera volontaria, originaria di Casal Monferrato – la difficoltà maggiore è stata nel confrontarmi con il limite delle nostre possibilità in azione. Noi potevamo intervenire nei casi urgenti, per il pronto soccorso e per le donne in gravidanza. Per il resto al limite potevamo stabilizzare i casi che però poi necessitavano di assistenza in ospedale. E In Nepal la sanità è a pagamento quindi non raggiungibile per tutti”. In quelle situazioni si cerca di fare il possibile. Lo hanno fatto tutti insieme, operatori e pazienti in una collaborazione continua anche con le altre organizzazioni presenti. “E’ evidente il passaggio del terremoto – spiega sorella Domenica Gabriella Graffeo – ma è altrettanto chiara la forza psicologica di quel paese che non vuole mollare. C’è chi ha perso i propri cari, intrappolati sotto le macerie, chi non ha più niente eppure nessuno rinuncia alla voglia di ricominciare”. Anche se le Infermiere Volontarie sono tornate dalla missione e già da stasera raggiungeranno le loro città (Genova, Milano, Torino, Palermo) non abbandonano l’idea di essere ancora utili per il Nepal. Stanno infatti già pensando a come poter investire dei soldi di una donazione fatta alla Croce Rossa Italiana all’indomani del terremoto. “Affinché questa donazione possa aiutare a salvare la vita di tanti, soprattutto bambini, che si sono ritrovati senza più nulla”, così si chiudeva la missiva inviata insieme con il denaro da parte di anonimi donatori. “Stiamo pensando all’acquisto di un’incubatrice, credo sarà molto utile nel campo per salvare le vite di tanti bambini”, conclude sorella Zarini.