Dopo il sell off sui mercati mondiali per i timori sulla crescita cinese il petrolio chiude con un nuovo ribasso. Al Nymex, il Wti chiude a 38,24 dollari al barile, (-2,21%); a Londra, il Brent termina la seduta a 42,69 dollari al barile (-2,77%). Le quotazioni del greggio hanno perso il 60% in un anno. Non succedeva dal febbraio 2009 che il petrolio a New York scendesse sotto i 40 dollari al barile, sei anni e mezzo fa.
In Albania i prezzi dei carburanti sono già crollati
I prezzi dei carburanti sono diminuiti in Albania nel corso del fine settimana. Si tratta della prima flessione delle tariffe dall’inizio del 2015. Nelle stazioni di servizio Kastrati, il principale operatore del paese, il diesel e’ calato da 1,31 a 1,24 euro, mentre la benzina e’ scesa da 1,32 a 1,25 euro. Il calo e’ stato riscontrato in tutti gli operatori del mercato albanese dopo che venerdi’ il petrolio e’ sceso a 46 dollari al barile, un riflesso delle turbolenze dell’economia cinese. Pechino e’ il principale consumatore mondiale di petrolio.
L’anomalia italiana
“Non si fa in tempo a chiedersi cosa faccia, o cosa pensi di fare, il Governo italiano per far scendere i prezzi di benzina e gasolio di pari passo con quello del petrolio, che gia’ si vocifera di un possibile, ulteriore aumento dal 30 settembre prossimo. È una vergogna che in Italia benzina e gasolio continuino a costare ancora quanto costavano quando il petrolio era ad oltre 100 dollari a barile mentre oggi e’ sceso a 40, ma le nostre tasche non se ne accorgono”. Lo dice Rocco Palese, vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera. “Questa e’ una grande anomalia italiana che denota totale assenza di attenzione per le povere tasche dei cittadini. Ma, a voler pensar male, si potrebbe dire che il Governo e’ invece molto attento a svuotare le tasche degli italiani, se e’ vero che su un litro di benzina verde che oggi alla pompa costa 1,589 euro, poco piu’ di 50 centesimi sono il prezzo del prodotto ed il resto accise e Iva. Gia’ questo basterebbe a far insorgere gli italiani, ma se il Governo non smentisce la notizia di una nuova raffica di aumenti, tra cui appunto la benzina, ma anche la tassa sui rifiuti, l’acqua e l’energia, e’ chiaro che i cittadini scenderanno in piazza. Non si puo’ continuare a sentirsi dire che il Governo ha bisogno di soldi per abbassare le tasse e li prende aumentando altre tasse. Gli italiani non hanno l’anello al naso”, conclude.
Intanto crollano le borse di tutto il mondo

Questa volta e’ “panic selling”. Tutte le borse mondiali sono state trascinate nella polvere dall’ondata di vendite scatenata dal nuovo crollo della borsa di Shanghai, che ha chiuso con un ribasso dell’8,49%, azzerando di fatto i guadagni accumulati dall’inizio dell’anno. Gli operatori che speravano in iniziative piu’ decise del governo di Pechino a contrasto delle recenti turbolenze finanziarie sono rimasti delusi e la giornata e’ cominciata con un bagno di sangue su tutte le piazze del Pacifico, da Tokyo (che ha archiviato la giornata con una flessione del 3,80%) a Hong Kong (-4,64%), da Taipei (-7,46%) a Sydney (-4,1%). Male anche le materie prime, cosi’ legate alla domanda cinese, a cominciare dalpetrolio, che a New York ha chiuso sotto 40 dollari per la prima volta dal 2009. Le avvisaglie di uno scoppio della bolla cinese c’erano tutte, ragionano gli analisti, da capitalizzazioni societarie sproporzionate al sempre maggiore coinvolgimento nel trading di borsa di investitori privi di esperienza. Le borse europee hanno reagito, nondimeno, con una raffica di ribassi che ha affondato alcuni indicatori, come l’indice Ftse 300 delle societa’ piu’ capitalizzate, a livelli che non si registravano dall’autunno del 2007, quando esplose la crisi dei mutui. Le piazze del vecchio continente hanno bruciato oltre 400 miliardi di euro per chiudere con flessioni che vanno dal -4,67% di Londra al -5,96% di Milano, fino al -10,5% di Atene. Stesso scenario sui mercati latinoamericani, con San Paolo che ha aperto in calo di quasi il 6%.

In questo contesto va sottolineata la relativa tenuta di Wall Street, dove la seduta era iniziata nel peggiore dei modi, ovvero con la sospensione per eccesso di ribasso dei future sul Nasdaq e con l’indice Dow Jones giu’ di mille punti, un altro record negativo al quale non si assisteva dal crac di Lehman. La borsa di New York e’ stata poi protagonista di una rimonta inattesa, innescata dal rimbalzo di Apple, passata da una perdita del 13% a un rialzo di quasi il 2%. Gli indici di Wall Street si avvicinano ora alla chiusura con ribassi intorno al 2,5% dopo aver ridotto le perdite addirittura al di sotto dell’1% a meta’ seduta. Tra le ragioni del recupero non vi e’ solo il cosiddetto ‘bargain haunting’ (la corsa agli acquisti di azioni diventate a buon mercato che spesso segue i crolli di borsa) ma anche la prospettiva che il costo del denaro in Usa sia destinato a restare ai minimi storici ancora per mesi. Dopo il ‘lunedi’ nero’ di oggi e’ infatti molto difficile ipotizzare che la Federal Reserve alzi i tassi a settembre, come appariva ormai scontato, un’ipotesi che ha fatto colare a picco il dollaro.

L’euro ha quindi chiuso in forte rialzo sopra quota 1,15 dollari, dopo aver toccato un massimo da oltre 7 mesi di 1,1711 dollari, strappando al biglietto verde il suo tradizionale ruolo di valuta rifugio accanto allo yen, anche per la sua maggiore funzionalita’ nelle speculazioni sul ‘carry trading’. Per il momento Pechino cerca di rassicurare. La commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (Ndrc), la principale agenzia per la pianificazione economica della Cina, ha confermato l’obiettivo di una crescita del 7% quest’anno, pur riconoscendo le “crescenti pressioni al ribasso” sull’economia e promettendo “aggiustamenti”. Da Berlino il cancelliere tedesco, Angela Merkel, si e’ detta “sicura che la Cina fara’ tutto il possibile” per riportare i mercati alla normalita’, mentre il presidente francese, Francois Hollande, ha asserito che l’economia mondiale e’ abbastanza forte anche per reggere un rallentamento del Dragone. Piu’ cauta e pragmatica la Casa Bianca che, attraverso il suo portavoce Josh Earnest, invita Pechino a proseguire con riforme che vadano nella direzione di una maggiore trasparenza e che spingano il tasso di cambio a essere regolato sempre piu’ dal mercato. Nel frattempo gli addetti ai lavori non possono che domandarsi se si tratti di un aggiustamento drastico ma necessario o dell’inizio di una nuova crisi finanziaria dalle conseguenze imprevedibili.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?