Chiude l’antico centro meteo, ma chi decide non l’ha neanche mai visto

  • LaPresse/Vincenzo Livieri
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Bello. Cannonate al mattino, furfanterie fino a sera. Nord e sud-ovest leggero. Cresce poco il barometro“. Così recitava il bollettino meteo del 20 settembre 1870, il giorno della breccia di Porta Pia. E’ una delle cose che si possono leggere nel registro dell’osservatorio meteo del Collegio romano, la più antica sede di studio del clima a Roma. Un istituto che entro l’anno perderà la sede. L’Unità di ricerca per la climatologia e la meteorologia applicate all’agricoltura è l’erede di quel centro studi creato dai gesuiti nel 1786 presso: l’abate Giuseppe Calandrelli fece costruire una torre alta quaranta metri, dalla quale ogni giorno misurava la temperatura di Roma, la pressione, l’umidità, le piogge.

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Ancora oggi, nel Collegio romano, c’è chi trascrive i dati atmosferici della capitale come nel Settecento faceva l’abate: tre volte al giorno, anche il sabato e la domenica, sale sulla torre e in quella che chiama la “capannina meteorica” appunta su un foglio i dati che poi inserisce nel computer. Lo fa da vent’anni e prima di lui altri l’hanno fatto, per mantenere una serie storica che non si è mai interrotta da oltre due secoli. Entro l’anno, per “razionalizzare” le spese, il centro traslocherà nella sede del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) dal quale dipende. Il che renderà impossibile continuare a raccogliere i dati in modo che siano comparabili con quelli antichi, il che cancellerà la loro significatività.

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I dipendenti, quindici persone tra chi trascrive i dati, i ricercatori e la segreteria, chiedono al Crea di ripensarci e al commissario responsabile dell’ente, Salvatore Parlato, di visitare almeno l’istituto prima di sancirne la chiusura: “Perché vedendo cosa custodisce questo luogo forse un ripensamento lo avrebbe”, mormora a mezza bocca qualcuno. La risposta arriva a distanza da Parlato: “Non l’ho ancora mai vista – dice a LaPresse – andrò a vederla a settembre ma giusto per il piacere di vedere una cosa bella, niente di più. Salvaguardare il valore storico di una stazione meteorologica non è mio compito ma dei Beni culturali“.

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L’archivio del centro contiene 33mila faldoni che documentano quaranta milioni di misurazioni fatte, dal 1876, sul meteo di tutta Italia (ex colonie incluse). Nella biblioteca sono conservati quarantamila testi arrivati dai cinque continenti, su clima, astri e terremoti. Il soffitto è interamente affrescato, fatto decorare nel 1876 per celebrare la nascita del primo ente governativo nazionale incaricato di studiare il meteo: le immagini riproducono le dodici principali stazionimeteo dell’epoca da Roma a Venezia, Milano, Padova, Salò, e così via.

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Al piano terra dell’edificio si può ancora vedere la piccola iscrizione “officina” perché nell’Ottocento quello era il luogo in cui venivano progettati e realizzati i pluviografi per misurare la pioggia, gli anemometri per il vento, gli umettometri per l’umidità, i barometri per la pressione. Ancora oggi 450 strumenti sono conservati e in parte esposti nel complesso. In quelle stanze, un secolo e mezzo fa, venne inaugurata la “sezione presagi”, incaricata di fare le previsioni del tempo, dalla quale negli anni Venti sarebbe nato il servizio meteorologico dell’aeronautica militare.

Una struttura alla quale basterebbe mettere a disposizione una guida per il pubblico, per trasformarla in un museo di grande interesse. “Quello che chiediamo al commissario è che venga a vedere una volta tutto questo, prima di cambiare per sempre“, dice Maria Carmen Beltrano, ricercatrice nell’istituto dal 1982. Ma al momento la decisione appare definitiva. E il ministero dei Beni culturali, che ha sede nello stesso complesso, contattato da LaPresse, non si pronuncia.

Alessandra Lemme (Lapresse)