Alzheimer “contagioso”, neurologo: serve cautela

I ricercatori dell’University College London hanno osservato la patologia beta-amiloide nella materia grigia e nelle pareti dei vasi sanguigni, caratteristica della malattia di Alzheimer

Lo studio pubblicato su Nature in cui un team di scienziati britannici suggerisce una possibile ‘trasmissibilità’ dell’Alzheimer attraverso particolari procedure mediche indica una pista “interessante che apre un punto di vista diverso e non del tutto sorprendente, ma da prendere con estrema cautela”. Per il neurologo Giancarlo Comi, direttore del Dipartimento neurologico e dell’Istituto di neurologia sperimentale (Inspe) dell’Irccs San Raffaele di Milano, “siamo in una situazione assolutamente preliminare. Ora – spiega all’AdnKronos Salute – mi aspetto studi con elementi più solidi e che facciano eventualmente emergere elementi di conferma”. I ricercatori dell’University College London, che firmano il lavoro, hanno osservato la patologia beta-amiloide nella materia grigia e nelle pareti dei vasi sanguigni – caratteristica della malattia di Alzheimer e della correlata angiopatia amiloide cerebrale – nel cervello di pazienti deceduti che avevano contratto la malattia di Creutzfeldt-Jakob dopo aver seguito trattamenti con ormone della crescita umano contaminato da prioni. “Bisogna intanto far notare – osserva Comi – che la presenza di beta-amiloide sia nei vasi che a livello cerebrale non è di per sé indicazione di malattia conclamata. Manca un pezzo di evidenza alla storia, ma è interessante il fatto che in questi soggetti, e non nei controlli, sia stato rilevato tutto questo. Credo siano necessarie altre conferme, qualche indicazione in più. E bisogna capire la forza dell’associazione suggerita dagli scienziati. Sarebbe interessante valutare se, oltre alla presenza di beta-amiloide”, in questi pazienti “erano associati anche altri aspetti patologicamente caratteristici della malattia, come gli aggregati neurofibrillari”. Ma c’è un altro elemento che “lascia un po’ perplessi”, fa notare Comi: “Allo stato attuale sappiamo che esistono aggregati di malattia su base genetica, ma non epidemica. Quando c’è un fattore ambientale trasmissivo, potremmo immaginare di avere una certa tendenza in certe zone. Questo non è mai emerso finora. E visto che la malattia di Alzheimer è più frequente della Creutzfeldt-Jakob, sorprende che non ci sia stata finora nessuna evidenza in questo senso” sul fronte epidemiologico. Comi osserva anche che sarebbe “necessario valutare se per caso non ci sia qualche strana forma di interazione nei pazienti che hanno ricevuto ormone della crescita ed escludere un eventuale ruolo di questo ormone nel facilitare questo tipo di depositi”. L’affermazione degli scienziati britannici, in definitiva, “apre un sacco di domande più che chiuderle – conclude l’esperto – C’è da dire che un elemento che può trovare qualche supporto è il fatto che di per sé questi depositi di placche” tipici della malattia di Alzheimer “tendono a viaggiare da una parte all’altra come se ci fosse un aspetto di possibile invasione. La beta-amiloide, quando ha certe caratteristiche, tende a precipitare portando la malattia”. Lo studio britannico è “un invito ad andare ad approfondire un filone in cui al momento manca l’evidenza e l’epidemiologia”.