L’importanza di San Gennaro per i napoletani tra patronati, simbologia e aneddoti commoventi

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Il legame così forte tra San Gennaro e i napoletani ha profonde radici storiche, tanto da essere considerato molto più di un Santo ma “civi, patroni, vindici” (cittadino, patrono, difensore).

Il martire è considerato protettore delle calamità naturali (es. eruzioni, terremoti) che spesso scuotevano la terra napoletana.
Basta ricordare la devastante eruzione del Vesuvio del dicembre 1631 in che portò uno scenario di morte e distruzione. In quel contesto, per fronteggiare la calamità, si ricorse all’esposizione delle reliquie del Patrono, il 16 dicembre.

SAN GENNARO 3Dopo qualche giorno i fenomeni si attenuarono e l’eruzione cessò, senza causare nessuna vittima. Seguirono grandi festeggiamenti per lo scampato pericolo, attribuendo la salvezza alla protezione di San Gennaro. Si eresse anche una guglia in onore del martire, completata 30 anni dopo, nei pressi dell’entrata secondaria del Duomo, l’attuale Piazza Sisto Riario Sforza. Anche in episodi successivi (es. eruzioni del 1658, 1707 e 1767, il panico e la disperazione della folla si calmarono con l’esposizione delle reliquie. Il Santo viene invocato anche in caso di carestie e pestilenze. Oltre ad essere patrono di Napoli, è patrono di Benevento, Sassari e Torre del Greco, oltre che protettore degli orafi e dei donatori di sangue. La Mitra di San Gennaro è un esempio di eccellenza artistica dal valore inestimabile; un emblema dell’arte barocca e della devozione del popolo partenopeo al proprio Santo Patrono, una delle opere più preziose della produzione orafa napoletana.

SAN GENNARO 7Secondo la tradizione simbolica: il verde dello smeraldo rappresenta l’unione della sacralità di San Gennaro con l’emblema dell’eternità e del potere; i rubini rappresentano il sangue dei martiri, mentre i diamanti, contraddistinti per purezza e durezza, evocano la forza inattaccabile della fede. Quanto alle curiosità relative al Santo: quando una grave epidemia proveniente dal Nilo colpì, nel 1844, Napoli, una popolana scampata alla peste per ringraziare San Gennaro gli offrì in dono un paio di orecchini con diamanti e perle, suo unico patrimonio, ricevuto in dote dalla madre. La Deputazione, ritenendolo un gesto nobile, decise di applicare gli orecchini sulla parte superiore del collare di San Gennaro. Gli oggetti offerti in dono al Santo dovevano distinguersi per il grande valore artistico affinchè fossero accettati dalla Deputazione ma dei più dei 2200 raccolti nei secoli, uno si contraddistingue.

14674641_h25114231Si tratta di una semplice scatola di caramelle con dietro, una storia davvero emozionante. Un giorno il guardiano incaricato dalla Deputazione di chiudere il cancello della cappella, sentì delle voci che attirarono la sua attenzione: erano quelle di due bambine che dicevano: “Gennaro perché non ci parli? Ti abbiamo portato le caramelle perché hai fatto guarire mamma, ma tu non ci rispondi, come facciamo a dartele?”. Fu allora che le bimbe, girandosi, videro l’uomo, dicendogli: “Tu conosci Gennaro? E’ più di un’ora che proviamo a dagli questa scatola di Caramelle ma non risponde!”. L’uomo, commosso, rispose: “Si, Gennaro è un mio amico, datemi le caramelle e gliele farò avere!”. Da allora la scatola di caramelle è conservata insieme agli altri doni del Tesoro.

SAN GENNARO 6Ogni ospedale napoletano, traendo origine da vecchi conventi o antichi monasteri, era gestito da vari organi monastici, fino a che non è stato introdotto il Sistema Sanitario Nazionale. Tra gli ordini più famosi, vi erano le “Figlie della Carità”, suore vesttie di blu con un ampio copricato bianco, dedite all’assistenza dei degenti, che portavano negli ospedali pulizia, ordine, efficienza, umanità e rispetto. Nel giorno dedicato al Santo, avevano l’abitudine di preparare un dolce o un pranzo particolare, da offrire agli infermi e degenti del nosocomio in cui prestavano la loro opera. Il dolce tipico preparato per San Gennaro consisteva in un biscotto ottenuto con un composto fatto da uova, zucchero, limone, farina e cannella, sbattuto come se fosse uno zabaione e cotto in forno a fuoco lento, per conservarne la sofficità, tanto da poter essere consumato anche chi era senza denti.