Sesso: 4.000 italiani con disforia di genere, 5 anni per il cambio all’anagrafe

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Si stima siano oltre 4.000 in Italia le persone con disforia di genere, nate cioè con un sesso diverso rispetto a quello cui sentono di appartenere. E mediamente sono necessari 5 anni per ottenere il cambio di genere all’anagrafe. “Uomini che si sentono donne o donne che si identificano nel genere maschile. Ma la frequenza è maggiore nell’uomo: il rapporto è di 3 a 1. La disforia di genere è difficilmente compresa, sia perché viene confusa con il travestitismo sia perché viene legata a contesti quali la prostituzione o la tossicodipendenza, con cui nulla ha in comune”. Lo afferma Roberto Castello, direttore di Medicina generale a Borgo Trento (Verona) e responsabile scientifico del convegno ‘Disforia di genere’ che si svolgerà sabato a Verona. Un incontro che ha chiamato a raccolta specialisti quali psichiatri, psicologi, endocrinologi, chirurghi, andrologi, ginecologi, urologi, avvocati e una rappresentanza di chi vive questa condizione, per un confronto che arricchisca le conoscenze scientifiche, cliniche e umane.

male-femaleIl convegno è promosso da Ame, l’Associazione medici endocrinologi, dall’azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, dall’Ordine dei medici della provincia di Verona e dal Comune di Verona. “La disforia di genere non è più considerata come disturbo mentale della sfera sessuale (comparve nel 1980 nel Dsm, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). Infatti l’essere ‘trans genere’ non è un problema di sessualità o di preferenze sessuali, quanto quello di riuscire a dare una risposta alla domanda ‘chi sono io?'”, aggiunge Castello. “I problemi nell’identità di genere appaiono generalmente già nei primi 5 anni di vita, cogliendo i genitori del tutto impreparati anche solo a considerare e accettare qualcosa che faticano a comprendere”, spiega Ilaria Ruzza, coordinatrice del Sat, il Servizio accoglienza trans di Verona.

tomboyIl piccolo, o la piccola, rischia di trovarsi da solo a combattere contro le aggressioni dei compagni di giochi e, subito dopo, contro il bullismo a scuola. “Oggi sono molti i genitori che arrivano al nostro centro per avere informazioni e orientamento e che diventano il primo e convinto supporto della persona transessuale, anche se, ancora oggi, i casi di emarginazione non mancano. I problemi sono poi esacerbati da una società non ispirata a criteri di inclusività e rispetto, oltre che da lungaggini burocratiche che vedono in 5 anni il tempo medio necessario ad ottenere un cambio anagrafico”, aggiunge l’esperta. “Sono 5 anni difficili in cui qualsiasi cosa, anche il ritiro di una raccomandata in Posta, costringe la persona a dover spiegare la non corrispondenza tra il destinatario della raccomandata e la persona che si presenta per il ritiro, con evidente conflitto con il diritto al rispetto della vita privata e familiare, sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Anche la ricerca di un lavoro è ostacolata da queste lungaggini e l’Italia, contrariamente a quanto succede in altri Paesi, non consente di avere un cambio anagrafico all’inizio del processo”, conclude Ruzza. In questo contesto, “un’importante novità è la recentissima sentenza della Cassazione che stabilisce la non obbligatorietà della procedura chirurgica di modifica dei caratteri sessuali ai fini del riconoscimento del diritto alla rettifica anagrafica”, afferma Giovanni Guercio, avvocato patrocinante in Cassazione, Solicitor of England&Wales a Roma. “Importante obiettivo per le persone transessuali, che evidentemente apre nuovi problemi medico-legali, ma è coerente con il concetto di salute dell’Organizzazione mondiale della sanità”.