A causa dei cambiamenti climatici il pescato di alcune aree marine dei tropici calerà del 40%
I cambiamenti climatici rischiano di divenire un fattore moltiplicatore della fame e dell’insicurezza alimentare a livello globale agendo sulla disponibilità, l’accessibilità, l’utilizzo del cibo e la stabilità. Secondo quanto rileva il nuovo report del Wwf ”Il clima nel piatto”, diffuso alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, a causa dei cambiamenti climatici il pescato di alcune aree marine dei tropici calerà del 40%, potendo giungere persino ad un 60%. Per fare un esempio, la pesca dell’acciuga peruviana, una delle specie più pescate al mondo, dagli anni ’50 sostiene una fiorente industria legata alla produzione di farina di pesce. Le catture annuali, cresciute in maniera esponenziale per 20 anni, sono poi crollate per l’effetto combinato del sovrasfruttamento e del cambiamento delle caratteristiche delle acque, dovuto al fenomeno climatico con pesanti ripercussioni sull’economia del Perù. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, i cambiamenti climatici causeranno cali delle rese medie globali dei raccolti agricoli del 2% a fronte di una domanda di cibo che invece crescerà del 14% ogni decennio. Sul versante della stabilità, i cambiamenti climatici potrebbero far lievitare il prezzo di mais, frumento e riso del 120-180% come ricorda anche Oxfam. Ad avvalorare la tesi, negli ultimi anni ci sono stati tre picchi dei prezzi degli alimenti a livello globale: nel 2008, nel 2010 e nel 2012. Tutti e tre sono strettamente associati con shock sul versante dell’offerta, derivanti in parte dalle condizioni climatiche estreme. Si ritiene che milioni di persone migreranno da zone sempre più aride a zone più fertili, come indicato anche nel rapporto Wwf ”Migranti e cambiamenti climatici” reso noto questa settimana.
