“Slacktivism”, è il modo leggero e poco impegnativo con cui ci occupiamo di ogni questione. Freud la definì “la psicologia delle folle”
“E’ il nuovo 11 settembre per la Francia“, ” un atto terribile contro l’umanità“, “non era bastata la strage a Charlie Hebdo?“. Sono solo alcune delle frasi che vengono ripetute a raffica da: leader politici, giornalisti, personaggi famosi e cittadini normali. In tanti hanno seguito e commentato la notizia, che da giorni riempie le pagine dei giornali. Stiamo parlando degli attentati di Parigi, avvenuti il 13 novembre 2015. E come ogni notizia di rilievo che si rispetti, è stata capace di produrre quel ciclo interminabile di frasi, commenti, immagini e preghiere. La gente si risveglia dal torpore di cui è stata vittima fino a qualche minuto prima e dà inizio ad una “guerra” all’ultimo like. “L’attentato è stato organizzato da tutta la Siria“, “colpa nostra che li abbiamo accolti tutti“: sono solo alcuni dei commenti e degli “stati” che si susseguono sui diversi social network. E nemmeno la morte di Moira Orfei riesce a distrarci in questi ultimi giorni. Isis o no, ogni giorno qualcuno muore vittima di un sistema guerrafondaio che non trova soluzione e che vive nonostante tutto e tutti. Nessuno ne parla, nessuno se ne interessa. Eppure le 129 vittime di Parigi non fanno solo storia, fanno audience e tendenza. Ed è brutto parlarne in questi termini, ma siamo noi a volerlo. Noi che, utilizziamo i social network per sfoggiare il nostro finto moralismo e interesse per una tematica che minimamente conosciamo. E a confermarlo sono le pagine di Facebook e Twitter, che oltre ad aver lanciato le campagne #PrayforParis e #JesuisParis; hanno permesso (ci riferiamo soprattutto a Facebook) l’invasione di utenti, le cui immagini profilo sono colorate dalla bandiera della Francia.
Non vogliamo trasformarci in anti-conformisti e puntare il dito. Siamo infatti certi del fatto che, molti di questi utenti sono a conoscenza delle altre centinaia di vittime che ogni giorno vi sono in Siria e in altri paesi arabi. Tanti altri sapranno, inoltre che, gli 007 iracheni avevano già avvertito la Francia e l’Europa di possibili attacchi. Molti sicuramente non saranno contenti della risposta francese che ha visto Raqqa, capitale siriana, bombardata. E siamo certi, che in tanti saranno a conoscenza del fatto che, i primi fornitori di armi in Siria sono i paesi occidentali. Tanti altri, invece, non ne sanno nulla però “la foto con il tricolore francese la metto lo stesso“.
Ieri eravamo grandi lettori di Charlie Hebdo e oggi siamo grandi intenditori di global governance e terrorismo. E a darci il suo benestare è lo stesso Facebook, che ci offre su un piatto d’argento il tanto agognato filtro con la bandiera francese. Facebook non è nuovo a questo cambiamento e nemmeno noi. Prima della bandiera francese, la nostra bacheca era colorata dalla bandiera arcobaleno. Questo cambiamento era stato dovuto alla sentenza della Corte Suprema statunitense, che aveva riconosciuto la dignità costituzionale al matrimonio omosessuale. Oggi, molti di noi se ne saranno già dimenticati. Eppure, all’epoca ( quasi nessuno degli utenti “colorati” ne è a conoscenza) si scatenò la polemica, relativamente al fatto che questo fosse un esperimento socio-informatico. Sarà vero? Anche questa volta sarà così? O forse siamo diventati magicamente tutti buoni e cari? A giugno, si parlò infatti di 26 milioni di persone che inconsapevolmente si erano trasformate in cavie da laboratorio.
Secondo molti, infatti, Facebook utilizzò questa funzione per comprendere l’attività degli utenti sulla piattaforma e la facilità con cui può divenire virale un’idea. Il progetto è quello di rendere una piattaforma abbastanza vicina ai nostri gusti personali. Il social non è nuovo a questo genere di indagine e in maniera fin troppo positiva, spera che attraverso questi metodi possa comprendere anche le linee politiche, gli interessi e i bisogni dell’utente. In realtà, però, Facebook non deve aver svolto bene i compiti e forse non sa che questa tendenza è stata oggetto di studi da parte di psicologi e psicanalisti. Freud la definì “la psicologia delle folle“. Infatti, l’uomo sviluppa una certa propensione ad assumere atteggiamenti condivisi da tutti e che da solo non avrebbe mai condiviso. Oggi la materia si è evoluta, occupandosi anche del rapporto che la massa ha con i social network. Si parla, infatti di “slacktivism“, cioè un modo leggero e poco impegnativo di occuparsi di qualsiasi questione. Il fenomeno si riferisce proprio a quei soggetti, di cui il web è pieno al momento, che si uniscono alla protesta stando comodamente seduti sulla proprio poltrona senza conoscere le reali motivazioni o senza interessarsene fino in fondo; con l’unico obbiettivo di ricevere gratitudine e appagamento personale. Questo atteggiamento di massificazione, secondo molti psicologi è dovuto al fatto che più è presente un determinato comportamento su una piattaforma, più noi siamo portati a riprodurlo. In fondo, questo è ciò che ci chiede la globalizzazione. Creare negli individui una coscienza unica e indistinta, in modo da creare una società uniforme e che si identifica come unico soggetto sprovvisto di qualsiasi sfumatura. L’atteggiamento giustifica il nostro essere conformisti senza nessun tipo di ragione, ormai padroni di un sistema che legittima qualsiasi moda purchè sia condivisa da tutti. Questa affermazione trova forza nella necessità di ogni utente di vedersi appoggiati dai propri amici, che infine sono portati a imitarsi. I slacktivisti sanno che, schierarsi quando sono quasi tutti a farlo è molto più semplice rispetto a quando la voce è solo la nostra. La paura del giudizio altrui spaventa l’uomo, che è così portato a non avere più proprie idee e una propria personalità.


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