Cop 21: dubbi sulla posizione della Cina, il Paese più inquinante al mondo

Il problema è cosa farà la Cina: vorrà un accordo vincolante da subito o, invece, fissare degli obiettivi per un accordo futuro?

Il parere della Cina in merito alle emissioni inquinanti è cambiato negli ultimi anni e da Pechino si presta molta più attenzione alla protezione ambientale, anche a causa dei valori allarmanti degli agenti inquinanti nell’aria delle grandi città. A poche ore dall’inizio della Conferenza di Parigi sul clima, la Cina si tiene su due diverse posizioni, in base a quanto dichiarato dal suo rappresentante speciale per il clima, Xie Zhenghua: l’ex ministro della Protezione Ambientale cinese aveva chiesto qualche giorno fa un accordo vincolante tra tutti i Paesi coinvolti nelle trattative della Cop 21, ma allo stesso tempo aveva specificato che ci sono differenti gradi di responsabilità nella lotta al surriscaldamento globale da parte delle economie industrializzate rispetto ai Paesi in via di Sviluppo, come appunto la Cina. Diversi esperti hanno dunque criticato gli impegni presi dalla Cina e dai maggiori Paesi coinvolti nelle discussioni dei prossimi giorni, precisando come allo stato attuale, le promesse di riduzione delle emissioni inquinanti non bastino a contenere entro i 2° centigradi l’aumento delle temperature medie del Pianeta rispetto alla fase precedente alla prima Rivoluzione Industriale.

E proprio la Cina è “nell’occhio del ciclone”, dato che è il primo Paese al mondo per emissioni inquinanti e che ha promesso lo scorso anno di raggiungere il picco della produzione di Co2 entro il 2030 e di ridurre, sempre entro quella data, le emissioni inquinanti del 60-65% rispetto ai valori del 2005, grazie anche alle fonti energetiche rinnovabili e all nucleare. Il carbone resta comunque il “fornitore” dei due terzi dell’energia prodotta in Cina.

Per evitare il global warming gli esperti del Potsdam Institute for Climate Impact Research avevano calcolato anni fa che tra il 2000 e il 2050 le emissioni di Co2 non avrebbero dovuto superare la soglia dei mille miliardi di tonnellate. Se si pensa che dal 1870 al 2013 ne sono state bruciate 1900 miliardi, continuando ai ritmi attuali, il carbon budget, cioè il totale di emissioni di Co2 che possono essere emesse senza provocare il superamento dei 2° centigradi, si raggiungerà intorno al 2040. Gli impegni presi dai Paesi maggiormente responsabili, dunque, tra cui Usa, India, Cina e Paesi dell’Unione Europea, potrebbero risultare insufficienti.

Pechino ha più volte palesato di avere obiettivi ambiziosi e di aver introdotto leggi restrittive nella “guerra all’inquinamento”, ma il ruolo che avrà nelle discussioni lascia ancora scettici gli esperti. “Non c’è contraddizione nelle due posizioni cinesi – afferma ad Agi Jorgen Delman, esperto di politiche sul clima e sull’energia presso l’università di Copenaghen – Il problema è cosa farà la Cina: vorrà un accordo vincolante da subito o, invece, fissare degli obiettivi per un accordo futuro? La Cina si può considerare un Paese in via di sviluppo o un Paese che si trova a metà’ tra l’essere in via di sviluppo e un Paese industrializzato?”.

“Il quadro generale resta da migliorare, nel senso che è molto ambizioso, ma bisogna vedere quali standard verranno seguiti: se si adatteranno alle pratiche europee o se si abbasseranno gli standard per le green solutions – continua Delman – La capacità di rafforzare gli obiettivi dipenderà da come reagiranno le amministrazioni locali. La Cina è seria riguardo a questo tema, ma molto dipenderà da come verranno messe in pratica le regolamentazioni”. Per l’esperto danese neppure gli Stati Uniti sarebbero convinti di un accordo vincolante, nonostante gli appelli del presidente Barack Obama, che nei giorni scorsi aveva sottolineato come il business e il rispetto per l’ambiente possano “convivere”.

Più ottimista, invece, è l’opinione in merito alle discussioni sull’Environmental Goods Agreement, ovvero l’accordo avviato nel luglio 2014 tra Stati Uniti, Cina, Paesi dell’Unione Europea e altri undici membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio per abbattere dazi doganali e barriere non tariffarie per le importazioni di tecnologie per l’ambiente. La Cina, prima tra tutte, potrebbe risultarne avvantaggiata anche se “diversi regolamenti in tema di protezione ambientale potrebbero rendere difficile un aumento significativo dell’importazione di tecnologie verdi – conclude il docente dell’Università di Copenhagen – I negoziati riguardano come rimuovere le barriere. In ogni caso, l’accordo è una buona cosa: è nell’interesse di tutti, ed è nell’interesse della Cina aumentare le importazioni di questo tipo di tecnologie”.