Pettole tarantine: la loro affascinante storia tra tradizione e realtà

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Chiamate in dialetto tarantino“I cuscin’du bambinell” per sottolineare la loro morbidezza, le pettole tarantine vengono preparate il giorno di Santa Cecilia e durante le festività natalizie. Disponibili in versione dolce e salata, secondo la tradizione sarebbero il frutto della sbadataggine di una casalinga

Le pettole tarantine, soffici nuvole di pasta fritta, vengono preparate il giorno di Santa Cecilia e durante le festività natalizie. Chiamate in dialetto tarantino “I cuscin’du bambinell” per sottolineare la loro morbidezza, le pettole, secondo la tradizione, sarebbero il frutto della sbadataggine di una casalinga. Si narra, infatti, che il giorno di Santa Cecilia, la creatrice (senza volerlo) delle famosissime pettole, una casalinga, dopo aver preparato il consueto impasto per il pane, lo lasciò lievitare distrattamente troppo a lungo, attratta dalla musica degli zampognari, seguendoli per i vicoli cittadini.

PETTOLERientrata a casa, dato che i suoi figli avevano una gran fame, mise a scaldare l’olio, tuffandovi dentro delle palline di pasta, non più utilizzabile per la preparazione del pane. I suoi figlioletti sembrarono apprezzare moltissimo la nuova ricetta, chiedendo alla mamma come si chiamassero quelle palline e lei risposte “pettel”, pensando, forse, ad una mini-versione della focaccia, chiamata in tarantino “pitta”. Fritto tutto l’impasto, la donna scese per strada coi suoi bambini, distribuendo le pettole agli zampognari che, con la loro melodia, avevano contribuito a quel “miracolo” culinario. La realtà, invece, dice che le donne, per preparare le pettole, si procuravano “u luat” , un piccolo panetto di pasta cresciuta, usata come lievito, alzandosi verso le 2 di notte per impastare, a forza di braccia, per preparare le pettole che costituivano il pranzo e la cena di famiglie con tanti figli.

PETTOLE COPL’impasto si preparava “int’u limm”, in un grande coppa in terracotta smaltata all’interno, facendola, poi, lievitare in un luogo caldo (di solito vicino al camino o vicino al fraccassè, l’antica cucina a legna con caldaia); comunque sempre al riparo da spifferi e correnti d’aria. Ma quali sono gli ingredienti per la ricetta delle famose pettole? Occorrono: 500 grammi di farina 00 setacciata, un cucchiaino da caffè di sale fino, un cubetto di lievito di birra, acqua tiepida q.b. e abbondante olio per friggere. Il composto ottenuto, che deve risultare liscio, appiccicoso, quasi cremoso, va messo a riposo per due ore, coperto con uno strofinaccio, in un luogo caldo. Utilizzando una pentola alta, con abbondante olio d’oliva fumante, le pettole sono pronte quando galleggiano e sono ben dorate.

PETTOLE 2Come metterle a friggere? O, dopo aver bagnato le mani in acqua tiepida, prendendo un po’ di pasta e stringendola nella mano a pugno, formando della palline tra pollice e indice, per poi farle cadere nell’olio, oppure prendendo l’impasto con un cucchiaio e lasciandolo cadere nell’olio. Nell’olio la pasta si gonfia e nessuna pettola è uguale all’altra, per cui la fantasia di grandi e piccini non conosce limiti, sbizzarrendosi nell’individuare la forma più originale o curiosa. Come consumarle? Ottime con un pizzico di sale, di zucchero, di miele, di vincotto. La versione salata farcita prevede, prima di friggerle, l’inserimento nel composto di pezzi di baccalà fritto o lesso, filetti di acciughe salate, cozze crude sgocciolate, pezzetti di parmigiano, broccoli, rape, olive prosciutto ecc.