Ricerca: in futuro contrarrete gravi infezioni? Ora è possibile prevederlo

MeteoWeb

“Questo studio ci può aiutare a meglio comprendere molte altre malattie come quelle cardiache e a formulare terapie per trattarle”

Con una semplice e mirata analisi del sangue è possibile prevedere, con almeno 14 anni di anticipo, se rischiamo di contrarre gravi e letali infezioni, grazie alla presenza di elevati livelli di alcune particolari proteine. A dimostrarlo è stata una ricerca condotta nell’Università di Melbourne, utilizzando dati generati da uno studio finlandese, che ha spiegato come le persone con livelli elevati di certe comuni proteine presentano un più alto rischio di contrarre gravi infezioni. Come si legge dai risultati dello studio, pubblicato su Cell Systems, basterà quindi un’analisi del sangue per capire se c’è la probabilità che un individuo possa contrarre infezioni letali come polmonite o sepsi. I ricercatori, guidati da Michael Inouye del Centre for Systems Genomics dell’Università, hanno individuato un biomarker del sangue, il GlycA, che sarebbe un sottoprodotto della risposta dell’organismo alle infezioni e che, se presente, può essere interpretato come un segnale di pericolo. “Livelli elevati di GlycA ci dicono che vi è un sistema immunitario iperattivo, che può diventare cronico”, spiega Inouye. Il tasso di GlycA nel sangue è stabile finché non si verificano lesioni o infezioni: a quel punto i livelli si alzano vertiginosamente. Inoltre, e questo è fondamentale per la prevenzione, le persone a più alto rischio di morte o di ricovero per polmonite o sepsi hanno livelli anomali del biomarker, anche in assenza di lesioni o infezioni. Se i livelli del GlycA si innalzano, si mantengono altri per almeno 10 anni. Ciò che non è ancora chiaro agli studiosi è il motivo per cui alcuni individui registrino livelli alti delle proteine; l’ipotesi più plausibile è che alti livelli di GlycA nel sangue, indicando infiammazione cronica, danneggiano l’organismo rendendo il soggetto vulnerabile e propenso a contrarre gravi infezioni. “Questo studio ci può aiutare a meglio comprendere molte altre malattie come quelle cardiache e a formulare terapie per trattarle”, ha concluso il ricercatore.