13 mesi su una zattera. Il compagno è morto e lui è sopravvissuto. Ora i familiari lo accusano di cannibalismo e chiedono un risarcimento di un milione di dollari
Si chiama Josè Salvador Alvarenga, è di El Salvador, in Messico. Ebbene possiamo definirlo un fortunato pescatore, dato che è sopravvissuto tredici mesi alla deriva su un battello nel Pacifico. Ma ora, tornato a casa sano e salvo, dovrà sopravvivere ad una tremenda accusa: quella di cannibalismo. A puntare il dito sono stati familiari del compagno di naufragio, più sfortunato di lui perché morto in mezzo al mare.
Ma andiamo con ordine. Il sopravvissuto ha 37 anni ed è stato tratto in salvo, a febbraio dello scorso anno, dalla popolazione che abita l’atollo di Ebon nell’arcipelago delle Marshall. Tornato a casa la sua storia aveva fatto il giro del globo: ha raccontato di essere partito a bordo di un battello di fibra di vetro con un compagno, con lo scopo di andare a pesca di squali. Colti da una tempesta, però, il motore della piccola imbarcazione era stato distrutto portandoli al largo e per giunta senza alcun contatto radio. Alla stampa l’uomo aveva raccontato di essere sopravvissuto nutrendosi di pesci, uccelli e tartarughe catturati in mare e si era dissetato bevendo sangue di tartaruga, acqua piovana e, in casi estremi, anche la sua urina.
A quanto raccontato da Alvarenga, Ezequiel Cordova Rios, il compagno di naufragio, era morto quasi subito perché dopo aver provato a mangiare carne cruda vomitava. La fame, dunque, lo aveva attanagliato e portato alla morte. Oggi il pescatore salvadoregno è accusato dalla famiglia di Cordova che chiede un milione di dollari di risarcimento. I parenti dello sfortunato naufrago avevano sospettato fin dall’inizio che Alvarenga potesse nascondere una scomoda quanto macabra verità, come quella di essersi nutrito del compagno. A sollevare dubbi il fatto che il sopravvissuto aveva dichiarato ai giornalisti di aver gettato in acqua il corpo del compagno morto, particolare non comprensibile agli occhi dei familiari.


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