di Gianluca Congi – Il Capriolo (Capreolus capreolus) è un mammifero appartenente al superordine degli Ungulati, che vive in Europa e nell’Asia. Il maschio di questa specie, è munito di corte appendici frontali caduche (i cosiddetti palchi o trofei), che negli adulti, in genere, presentano tre punte per lato; ogni anno, cadono in prossimità nel tardo autunno – inizi dell’inverno, per poi riformarsi nuovamente alla fine della stagione invernale. Sempre negli individui adulti, il mantello si presenta fulvo in estate e grigio-bruno in inverno, mentre i giovani sono di un marrone scuro pomellato sui fianchi, con le punteggiature, utili a favorire il mimetismo almeno per i primi due mesi di vita.

Questi animali, sono contraddistinti, da una macchia sul posteriore (specchio anale), che ha una diversa forma in base al sesso dell’animale, nelle femmine a cuore rovesciato o tondeggiante, mentre nei maschi è a forma di rene; d’inverno è abbastanza visibile, giacché assume un bel colore bianco, d’estate appare invece più sbiadita oltre che di colore giallastro. Anche sul collo, nella zona della gola, entrambi i sessi, possiedono una o due macchie di colore chiaro (macchie golari), anch’esse, distinguibili principalmente nel periodo invernale. Nelle femmine è presente un ciuffo di peli (falsa coda), percepibile specie da dietro l’animale, i caprioli, in genere, hanno una coda cortissima, che non è visibile poiché nascosta nel pelo. Sono noti, anche casi di albinismo, mentre muta due volte nel corso dell’anno, una tra aprile e giugno è l’altra tra settembre e novembre. Si tratta di una specie legata principalmente alle fasce ecotonali (zone di transizione tra ambienti differenti ma correlati l’uno con l’altro), in particolare, rappresentate da boschi decidui, con folto sottobosco, limitrofi o alternati a praterie, radure o aree agricole; ama certamente, le superfici aperte, purché siano ricche di cespugli e arbusti, giacché rappresentano una fonte di sostentamento alimentare non indifferente.

Dal punto di vista della dieta, si tratta di un animale molto selettivo, soprattutto a causa del rumine di modeste dimensioni, che impone al cervide, la scelta di alimenti ad alta concentrazione proteica, per cui predilige le parti più nutritive e digeribili delle piante. La specie, in Italia, risulta, attualmente diffusa dalla montagna, alla collina e fin nelle zone di pianura, specie nel Centro-Nord, dove non disdegna di frequentare, anche le aree agricole intensive o diverse zone antropizzate, purché in presenza di boscaglie nelle vicinanze, dove poter poi trovare riparo. Le dimensioni del ruminante, variano, con il sesso, il maschio che è più grande della femmina, può raggiungere al garrese l’altezza di 75 cm, una lunghezza di 120 cm e un peso anche fino a 32 kg. Il Capriolo è un animale molto territoriale, solitario nel periodo primaverile-estivo e gregario tra l’autunno e l’inverno, spesso, tra settembre e febbraio è possibile scorgere diversi individui in prossimità delle aree di pascolo.

Nel branco, la gerarchia e, i rapporti sociali, sono ben definiti e strutturati, pur se i loro comportamenti sono piuttosto complessi. I maschi adulti marcano e difendono il territorio da eventuali intrusioni di altri maschi, specie nel periodo che precede gli accoppiamenti, ma anche durante e, in genere, in un intervallo che può andare da marzo a fine agosto. Il Capriolo emette un latrato simile all’abbaio di un cane, può anche produrre delle strida molto acute, specie quando è spaventato. Ritornando sulla diffusione in Italia, va detto, che esiste un ampio areale che comprende un po’ tutto l’arco alpino, le Prealpi e l’Appennino ligure.

Un’altra area importante è rappresentata dalla dorsale appenninica situata tra Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria, con estensione sulla Maremma toscana e su altre aree collinari delle regioni anzidette. Appare in netta espansione in diversi luoghi della Pianura Padana. Presente pure tra l’Abruzzo, il Lazio e il Molise, recentemente è stato reintrodotto in Campania, nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Certamente, il piccolo cervide, era un tempo molto diffuso in molti settori dell’Appennino, purtroppo, la spietata caccia, il bracconaggio e altri fattori antropici, ne hanno portato all’estinzione in molti territori del Bel Paese. In Sicilia, sui Nebrodi, si sta cercando di capire se la reintroduzione è attuabile, tenuto conto che dall’isola, sarebbe scomparso nel 1800, pur se su quest’aspetto sono in corso tuttora dei dibattiti, in Sardegna e nelle isole minori, non c’è mai stato. Sulla Sila, vive una buona popolazione, rimpinguata a partire dagli anni ’70, grazie all’opera di ripopolamento attuata dal Corpo Forestale dello Stato; oggi, in tutti i settori silani è possibile avvistarlo, pur se la maggiore area di presenza è concentrata in Sila Grande.

Un discorso speciale, lo merita una sottospecie autoctona, il Capriolo italico (Capreolus capreolus italicus), presente negli “storici” e isolati nuclei, situati principalmente nella Tenuta di Castelporziano (Roma), sul Gargano (Foggia) e sui monti dell’Orsomarso (Cosenza). Anche nella zona meridionale della Maremma toscana (Siena e Grosseto), vivono caprioli, con un certo grado di purezza, di fatti, da quest’area sono stati prelevati numerosi esemplari di Capriolo italico, che sono andati a ricostituire quell’antica presenza, in tre importanti aree naturali dell’Italia. I caprioli italici, sono così ritornati sul Cilento (Campania), sui Monti della Tolfa (Lazio) e nell’Aspromonte, dove in quest’ultima area, un ambizioso progetto dell’Ente Parco, sta gradualmente ridando vita e speranza a uno splendido animale, che era sparito da almeno due secoli, per mano dell’uomo padrone! Se nell’Italia Centrale e Settentrionale, lo stato di conservazione è buono, relativamente, alla presenza del Capriolo europeo (Capreolus capreolus capreolus), nel resto del Paese, la situazione permane precaria, soprattutto per la sottospecie italicus.

Un Piano d’Azione Nazionale, lanciato dal Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare, sta cercando di salvare, tramite misure prioritarie, il Capriolo italico. Sicuramente, l’ibridazione con il Capriolo europeo, rappresenta una delle principali minacce, con casi già accertati sia in Toscana sia nel Parco Nazionale del Pollino. Secondo recenti stime, i caprioli in Italia sarebbero oltre 400.000, negli anni ’50, erano circa 50.000. Per tutelare soprattutto il ceppo indigeno, sono necessari mirati interventi, finalizzati a una più stringente tutela dei territori di sopravvivenza, tesi, allo stesso modo, anche ad ampliare gli areali di potenziale diffusione, così da aumentarne la possibilità di sopravvivenza a medio e lungo termine. Da non sottovalutare, la presenza di cani randagi o rinselvatichiti, che, oltre a predare bestiame domestico (facendo spesso cadere la colpa sull’ignaro Lupo), rappresentano una minaccia da tenere in considerazione. Andrebbe poi, ordinata se non vietata, l’immissione di animali sul territorio, unita alla lotta serrata del fenomeno del bracconaggio. In Calabria, come anche nelle altre aree appenniniche, la caccia di frodo alla specie, costituisce in modo silente, uno dei fattori più limitanti; in questo caso, è fondamentale la presenza istituzionale sul territorio di presidi come la Polizia Provinciale e il Corpo Forestale, dedicati professionalmente alla lotta del bracconaggio, molto complessa per la vastità del territorio e per l’esiguità, spesso, del personale addetto alla sorveglianza. Sempre restando in Calabria, qui è specie non cacciabile, quindi protetta, per cui ne è vietata la cattura, la detenzione e l’uccisione, su tutto il territorio. Una viva raccomandazione: in caso di rinvenimento di piccoli caprioli, nei boschi o tra l’erba alta, non toccateli assolutamente e allontanatevi subito, magari avvisando, se il caso, gli organi competenti; spesso, non si tratta di animali abbandonati, come erroneamente si è portati a pensare, bensì, il più delle volte, sono stati nascosti proprio dalle madri, che si sono temporaneamente spostate da quel luogo. Il nemico numero uno del Capriolo, non è il Lupo, la Lince o il Gatto selvatico (predatori naturali), purtroppo, è ancora l’uomo cattivo, che con i suoi continui disastri, ha sconvolto l’ambiente e le creature che in esso vivono dagli albori della vita sulla Terra!
Gianluca Congi © – www.gianlucacongi.it









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